Daniele Rielli, nei suoi dieci anni di pubblicazioni e nel lavoro del suo podcast, ci ha mostrato una sicura abilità della parola e della narrazione. Nei libri soprattutto, questa caratteristica è piuttosto evidente. Rielli riesce con serietà documentata e una certa leggerezza, non certo superficiale, a narrare le storie più disparate. Si passa così dai temi più strettamente legati alla contemporaneità come l’utilizzo dei database nella società della comunicazione in Odio (Mondadori, 2020) fino a quelli altrettanto drammatici ma che, misteriosamente hanno preoccupato di meno, come il diffondersi del batterio Xylella, che in Puglia sterminò oltre ventuno milioni di ulivi, come raccontato nel libro Il fuoco invisibile (Rizzoli, 2023).
Con il cambiare delle tematiche è cambiata nel tempo, naturalmente, anche la struttura dei romanzi. Rielli, infatti, esordì con un noir, Lascia stare la gallina (Bompiani, 2015) in cui utilizzava la prima e la terza persona narrante con una certa perizia. Poi abbandonò, almeno parzialmente questo genere letterario per dedicarsi a romanzi più tradizionali senza perdere la sensibilità e il ritmo che quella tensione narrativa prevedeva. Fino ad arrivare a oggi con il suo nuovissimo Lo stregone. In questo caso, Rielli sceglie un ambiente perimetrato, chiuso, come quello di un ristorante stellato all’interno del quale fa muovere uno straordinario e famosissimo chef, soprannominato “lo stregone” appunto. Accanto a lui, in via subalterna, sua moglie Monica, manager dello stesso esercizio, la sua brigata, un paio di youtuber, un giudice Michelin accompagnato dal proprio padre.
Sullo sfondo i clienti e la cultura (la moda?) del mangiare iper-raffinato con le pietanze assai contenute, molto elaborate, dai nomi esotici e forse addirittura “esoterici”. Il clima è quello di una partecipazione quasi mistica all’evento che si consuma. Con la lama dell’ironia sempre pronta a ferire senza mai essere disposta a menare veri e propri fendenti, Rielli ci accompagna all’interno di questa comunità per metterne in evidenza i comportamenti e per interrogarsi. Tutti partecipano al “gioco”. Non solo gli addetti alla cucina, i critici dell’arte culinaria, ma anche gli “ingredienti” le cosiddette “materie prime” tra cui non può mancare un simpaticissimo cinghiale.
Sempre, al centro delle narrazioni di Rielli ci sono le persone. Indipendentemente dagli ambienti e dalle storie che racconta, egli centra il suo obiettivo sui comportamenti degli esseri umani e sulle dinamiche che guidano la loro vita sociale. Forse è proprio per questo che si percepisce con grande evidenza una sospensione di giudizio e una forma di “rispetto” per tutto quello che accade, anche se il lettore, a volte, avrebbe piacere che calasse una sentenza di condanna ferma e definitiva. Fino ad ora è stato così e la scelta dell’autore trova consensi quasi unanimi. Un interrogativo però può nascere da una sorta di “scoperta” che la narrazione de Lo stregone porta a disvelare.
In barba a quello che da anni ormai la televisione ci fa vedere in tutti i momenti della giornata in cui la cucina assomiglia sempre di più a una caserma dove i vertici (gli Chef) urlano e le reclute sono costrette ad obbedire senza battere ciglio, la cucina, e il ristorante dello stregone, sono un’altra cosa. Addirittura, abbiamo gli elementi per pensare che proprio la dimensione descritta in questo libro da Rielli sia la più plausibile: il ristorante Bios (vita) è un luogo di culto religioso, il Sous Chef Luciano un grande sacerdote depositario del credo infallibile dello stregone, intorno a lui i fedelissimi siano i devoti servitori del culto pagano tra costosissime bottiglie di vino e vite immolate alla causa.
Qui la questione si potrebbe fare più seria perché da sempre il cibo è stato al centro delle vite degli esseri umani, dei riti laici e religiosi (si pensi alle regole alimentari o ai simboli delle tre grandi religioni monoteiste) e il fatto che l’alta cucina abbia in qualche modo “sequestrato” il piacere del cibo, riservandolo solo alle tasche dei più ricchi, crea un problema simbolico e materiale di grande rilievo.
Rielli ha iniziato ad affrontare anche questo aspetto. A modo suo. Per una parte non secondaria del romanzo, affida alle discussioni tra figlio – giudice Michelin – e padre, anziano amante della buona tavola, ma senza gli eccessi da ristorante stellato, i termini della questione da discutere. Non si tratta solamente di un confronto tra passato e presente, ma di ragionamenti molto più impegnativi sulla qualità della vita delle persone e delle persone in società.


