Intervista a Elvira Mujčić

Una conversazione con Elvira Mujčić, sul suo ultimo libro “Consigli per essere un bravo immigrato” recensito nel nostro sito qui.

Questa la scheda del libro dal sito della casa editrice Elliot. Siete scampati alla guerra, alla fame, ai pericoli dei viaggi clandestini. Adesso che siete finalmente in un luogo dove forse avrete qualche possibilità di rifarvi una vita, dovete però convincere una commissione di estranei che avete avuto valide ragioni per sopportare tutto ciò. A Ismail, un ragazzo gambiano, non hanno creduto, e adesso gira con un pezzo di carta in tasca nel quale si attesta che la sua storia non è plausibile. Ma perché, si chiede Ismail? Quali caratteristiche deve avere il racconto di una vita perché appaia convincente? La stessa domanda se la pone Elvira, una scrittrice italo-bosniaca, arrivata in Italia vent’anni prima di lui. Dal dipanarsi delle loro vicende, nasce il racconto – sul filo dell’assurdo – dell’imprevedibile violenza della burocrazia. Muovendosi tra scomparse, nostalgie e rabbia, con l’ostinato desiderio di salvaguardare la propria dignità e sfuggire allo stereotipo dell’immigrato, i due protagonisti riflettono, non senza ironia, sul potere che traccia il confine tra verità incredibili e finzioni accettabili senza considerare che la vita troppo spesso supera di gran lunga la fantasia. 


Nella figura di Ismail [uno dei due protagonisti del libro] emerge prepotentemente la necessità dei richiedenti asilo, alle prese con le Commissioni Territoriali, di “conformarsi” alle narrazioni dominanti per ottenere i minimi diritti basilari di esistenza. Tali diritti, però, nella realtà sono cancellati proprio dalla diffusione progressiva di quelle narrazioni. A tuo avviso vi è la possibilità di rompere questo circolo vizioso di stampo orientalista.

A un certo punto nel libro si trova questa riflessione:

“Mi domandai per quale ragione mi stavo ossessionando con il Gambia. Perché non ne sapevo niente e credevo che la comprensione di Ismail passasse anche attraverso la scoperta del luogo dal quale proveniva? La comprensione di Ismail era diventata d’un tratto importante, perché? Per il semplice fatto che ero curiosa della sua persona e dei suoi mondi. Pensai, dunque, che se tutti noi sapessimo e conoscessimo, comprenderemmo.

Semplice se non fosse falso, poiché in realtà noi sappiamo ma non ci importa nulla di comprendere.”

Credo che la risposta alla tua domanda stia in questo passo e abbia a che fare con l’esperienza della conoscenza, ben diversa dalla sola conoscenza che può essere unicamente teorica, mentre l’esperienza della conoscenza implica un “farsi attraversare” ed è proprio nell’immagine di questo farsi attraversare che risiedono le nostre più profonde paure dell’altro e le nostre ossessioni identitarie. Non è possibile fare esperienza della conoscenza se inchiodiamo le persone in un’impasse in cui devono essere/raccontare quello che noi ci aspettiamo che siano/raccontino.

Inoltre credo sia importante essere consapevoli che questo non è una concessione che noi facciamo all’altro dall’alto del nostro etnocentrismo, bensì è un’opportunità che creiamo per noi e per la nostra società, una sorta di esercizio alla Gilles Deleuze:

“Essere uno straniero, ma nella propria lingua. Imporre alla lingua, in quanto la si parla perfettamente e sobriamente, quella linea di variazione che farà di ognuno di noi uno straniero nella sua propria lingua, o della lingua straniera la nostra, un bilinguismo immanente per la nostra estraneità.”

Nella narrazione, Ismail invidia il tuo personaggio, perché ti considera “fortunata”. Ai suoi occhi, tu sei fuggita da una guerra riconosciuta come tale: hai ottenuto subito una forma di protezione internazionale e non hai dovuto testare il carattere inquisitorio delle commissioni. Lui, invece, fugge da una dittatura, quindi da un governo considerato paradossalmente legittimo e da uno Stato ritenuto paradossalmente in pace. Quindi la sua biografia diventa un prodotto che deve poter vendere nel miglior modo possibile. Questa differenza è davvero così profonda come appare?

Possiamo dire che da questa differenza prende l’avvio il motore della narrazione, però è altrettanto vero che se c’è uno scarto sostanziale tra la mia migrazione e quella di Ismail, c’è anche una somiglianza. Da un lato io sono bianca, europea, arrivata in Italia a causa di una guerra riconosciuta come tale e noi prodotti di quel conflitto eravamo inequivocabilmente dei profughi; la mia alterità più consistente è rappresentata dalla religione islamica, ma questa sembrava un tratto di folclore se associata a una jugoslava. Ismail è nero, africano, musulmano arrivato in Italia per una dittatura che tutto sommato non si conosce e in fondo, secondo criteri e classifiche incomprensibili, non è tra le cose più pericolose per la vita di un essere umano, quindi non permette l’ottenimento dei documenti.

Dall’altro lato la somiglianza è essenziale per quanto mi riguarda: che ci sia una vittima riconosciuta o una vittima negata, in fatto di migrazione si sa ragionare solo in questa maniera. L’idea che i diritti di cittadinanza siano superiori ai diritti umani presuppone che chiunque venga sul “nostro” territorio deve avere una buona ragione. Ora questa è una trappola molto pericolosa, poiché se siamo in un periodo di prosperità e benessere possiamo pure acconsentire ai più Sfortunati di avvicinarsi al nostro banchetto, ma se siamo in un periodo di paure e crisi reali o immaginarie la situazione cambia drasticamente. Credo che sia accaduto questo nei 25 anni di scarto tra il mio arrivo in Italia e quello di Ismail: non si è parlato di diritti, non si è costruito un contesto culturale e politico in cui i diritti non sono un optional del momento, ma una garanzia permanente.

Un’altra differenza enorme sta nella progressiva separazione della realtà di cittadini italiani da quella delle persone immigrate, nel burocratizzare il fenomeno dell’immigrazione si è persa quella spontaneità che caratterizzava l’atteggiamento negli anni in cui io arrivai in Italia. Oggi manca un contesto dove incontrarsi in maniera paritaria; noi abitiamo gli spazi e il tempo, gli immigrati abitano i non luoghi e l’attesa, la sospensione del tempo.

Il “diniego” che viene dato a Ismail in Commissione produce in lui uno strano contraccolpo. Da un lato gli pregiudica ogni sicurezza psicologica, rendendolo inerme e disorientato. Dall’altro gli permette di uscire dalla spirale del verosimile e di riappropriarsi della sua vera tragica storia, in previsione del ricorso. E’ davvero imprescindibile diventare una vittima, in questo strano sistema di accoglienza, per potersi liberare della menzogna?

La Commissione territoriale pone una domanda esistenziale: “Chi sei?”

L’immigrato risponde: “Sono qualsiasi cosa tu voglia che io sia.”

Sappiamo che l’unica risposta che vale qualcosa è: “Sono una vittima.”

Il diniego è un momento devastante nel percorso di un immigrato: tutto ciò che si è bramato per anni, sfugge. Ismail aveva indossato i panni di un immigrato perfetto, proprio così come lo vorrebbe la società che accoglie, ma il diniego gli mostra che non è bastato e a questo punto la domanda “Chi sei?” risuona dentro Ismail stesso. A cosa sei disposto a rinunciare? Cosa ne è della memoria di sé e della dignità? E della libertà di scegliere a chi consegnare il racconto di sé?

La verità è per pochi, dice Ismail a un certo punto e con questo decide di usare la menzogna in maniera sovversiva, un’arma per proteggere il diritto all’intimità e sottolineare la necessità di una relazione per rivelarsi davvero. Questa relazione si instaura non unicamente con me nel libro, ma anche con il lettore che ha la pazienza di seguire il suo nascondersi e sfuggire per settanta pagine, il lettore stesso diventa un testimone e un complice di questo gioco di verità e menzogna.

Nel tuo libro affiorano molteplici riferimenti espliciti alla cultura della tua terra (penso a Danilo Kiš), così come alla letteratura contemporanea e sperimentale italiana (il Manganelli de “La Letteratura come menzogna”). La scelta del nome del protagonista, inoltre, viene da te immediatamente posta in relazione al Moby Dick di Melville. Poi però, in un passaggio denso di ironia, alla ridicola signora che chiede a Ismail se vi siano libri “scritti in africano”, tu fai da contrappunto raccontando una barzelletta tipicamente bosniaca. Questo gioco ininterrotto tra stili, modelli e registri è per te un esercizio narrativo alla Queneau o ha davvero un valore politico intrinseco?

La varietà di stili, modelli culturali e registri è la mia autobiografia più autentica, rivela le mi appartenenze più incisive e le mie fondamenta più solide. La scissione che aveva prodotto l’immigrazione, assieme allo spaesamento linguistico e culturale non era una condanna permanente, ma si è trasformata in un permanente esercizio di equilibrismo per tenere insieme tutto: lingue, paesi, letterature, paesaggi.

Il poeta e politico senegalese Léopold Sédar Senghor scrive: “La vera cultura è mettere radici e sradicarsi”.


Elvira Mujčić è nata nel 1980 a Loznica, una località serba. Trasferitasi a Srebrenica, in Bosnia, vi ha vissuto fino all’inizio della guerra, nel 1992. Risiede in Italia da più di vent’anni e lavora come scrittrice e traduttrice letteraria. Nel 2007 ha firmato Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica, un diario di viaggio che è un urlo contro l’orrore di un efferato genocidio della storia recente, consumatosi l’11 luglio 1995. Il romanzo E se Fuad avesse avuto la dinamite? (2009) è invece la storia di Zlatan, un ragazzo fuggito dalla guerra in Bosnia che, dopo anni trascorsi da esule in Italia, ormai trentenne torna a interrogarsi sulle contraddizioni e le incomprensioni della sua gente. L’esperienza dello sradicamento e del difficile dialogo tra culture e linguaggi caratterizza anche i libri successivi di Mujčić, in particolare: La lingua di Ana (2012), Dieci prugne ai fascisti (2016) e Consigli per essere un bravo immigrato (2019).