Javier Tomeo / Quando la risata sardonica diventa un dolce sorriso

Javier Tomeo, L’uomo bicolore, tr. di Alberto Bile Spadaccini, Occam, pp. 92, euro 12,00 stampa

Cosa succede quando un autore strabordante e sardonico – oltre il barocco, dunque, e oltre il comico – come Javier Tomeo, attivo in Spagna nella seconda parte del Novecento e nella prima parte di questo secolo, si mette alla prova con una narrazione, solo apparentemente più paludata, di ambito ottocentesco? L’uomo bicolore (uscito in Spagna nel 2014) è la risposta, raccolta con coraggio dalla casa editrice Occam – già responsabile, con grande merito, della pubblicazione di quattro titoli di Tomeo – e affidata alle sapienti cure del traduttore Alberto Bile Spadaccini.

L’uomo bicolore è infatti una narrazione forse più lineare e meno bizzarra – o meglio, meno imbizzarrita – rispetto ad altri libri di Tomeo, ma presenta in ogni caso alcune deviazioni dal piano della realtà quotidiana che ne accrescono il fascino estetico, da un lato, e anche una certa capacità gnomica, dall’altro, lasciando affiorare il ghigno sardonico di Tomeo, ma anche le sue argute riflessioni filosofiche di fondo, per mezzo alcuni elementi gotici, che tuttavia, com’è ormai prevedibile a questo punto, non si lasciano impigliare nell’ortodossia ottocentesca del genere.

Non si possono forse rivelare questi pochi elementi senza togliere parte del piacere della lettura a chi vorrà avvicinarsi all’opera di Tomeo a partire da questo libro. Si può, in ogni caso, far leva già sul titolo per alludere alla capacità della narrazione di mantenersi sulla soglia tra un resoconto assai strano, e tuttavia verosimile, e l’ancor più verosimile ipotesi che tutto si svolga nella psiche divisa a metà – come segnala l’aggettivo “bicolore” del titolo – del protagonista e narratore. Come già in occasione dello Sguardo della bambola gonfiabile di Tomeo, la bizzarria della realtà è sempre in stretta relazione con una discesa nella psiche umana che è, a propria volta, niente meno che una catabasi, dai tratti ora più pacificati ora più inquietanti.

Come nel libro appena citato, c’è anche spazio per il sospetto della manipolazione delle coscienze – sospetto veicolato stavolta non dai mass media novecenteschi e da alcuni ragionamenti politici, o pseudo-tali, ma da un’interrogazione, ai confini della lucidità, sul tramonto del sole: «E se i grandi manipolatori delle coscienze ci avessero censurato l’ovest, ritenendo che gli uomini come noi non meritano di arrivare nello stesso punto cardinale in cui ogni sera si nasconde niente meno che il Re Sole?».

Tali dilemmi rendono ancor più improbabile la saggezza – a tratti popolare, a tratti colta, ma più spesso kitsch – cui il protagonista fa ricorso in memoria della zia Rosamunda, lasciando così trasparire quel basso continuo di riflessione filosofica che in principio si distanzia dal riferimento puntuale, ma poi se ne fa contaminare, al punto da originare interrogativi di condensato lirismo come questo: «[…] l’amore non c’entra niente con la bellezza e la cultura? È vero, come dicono i cinesi, che l’amore, che è tutto occhi, non distingue niente?».

Il protagonista e narratore non sa rispondere, e così, con ogni probabilità chi vorrà leggere, perché è in fondo meglio accontentarsi dell’atmosfera di accettazione – anzi, di condono – generale che è la nota sulla quale si chiude questo romanzo breve, assai meno kafkiano di quel che vorrebbe forse sembrare. È qui che la risata sardonica di Tomeo si stempera e diventa un sorriso più dolce, pur se con una punta inscalfibile di amarezza.