26 Settembre, 2021

Marino Magliani / Una scrittura attenta per fonti distratte

Marino Magliani, Il cannocchiale del tenente Dumont, L’orma editore, pp. 296, euro 20,00 stampa, euro 9,99 epub

Sin dalle prime battute, sin dalla Notizia con cui si apre il libro, si può capire come l’ultimo libro di Marino Magliani sia, e al tempo stesso non sia, un romanzo storico. Per meglio dire, quello che ci ritroviamo tra le mani non è un romanzo storico come quelli cui siamo stati abituati, come lettori, dall’inondazione di romanzi storici che si è verificata, fino a qualche anno fa, nell’editoria italiana. Rispetto a quella produzione letteraria, Il cannocchiale del tenente Dumont rifugge tanto l’appiglio autolegittimante – alla costante ricerca di un’autenticità più o meno solida – della storia alla Storia, e viceversa, quanto l’inevitabile standardizzazione formale che ha accompagnato questo tipo di investimento editoriale.

Allo stesso tempo, come ha osservato Matteo Meschiari in un’approfondita lettura per Il problema di Grendel, il romanzo di Magliani è un testo dove spiccano le fonti, nel doppio senso delle fonti della storia – trattate in tutta la loro problematicità – e delle fonti d’acqua disperatamente ricercate, nel corso della narrazione, dai tre disertori, in fuga per le terre di Liguria, che ne sono i protagonisti (insieme ai loro immancabili inseguitori).

Nel romanzo, in altre parole, si svolge un lungo ragionamento sul visibile e sull’invisibile che trae certamente origine dalle Lezioni americane di Italo Calvino, ma che si estende – mantenendo, in sottofondo, tutto l’armamentario della fenomenologia più accorta – fino a risultare in apparenza estenuato, e in realtà a potersi molto spesso condensare in alcune righe di particolare densità e bellezza, come questa: “Ci sono luoghi dei quali il disertore ignorerà il nome, sono quelli che danno un doppio senso dell’ignoto: per la valle sei invisibile e tu la scorderai. Sarai la fonte distratta”.

L’intero romanzo è una messa in ascolto di queste “fonti distratte”, operazione sorretta da una scrittura, per contro, molto attenta e precisa, dove la forza evocativa dell’aggettivo e l’impatto – non di rado referenziale – del sostantivo non si elidono, né si appesantiscono a vicenda, trovando un perfetto punto di equilibrio e una costante apertura, che è ora lirica, ora gnomica, ora – anche – metafisica.

Attributo, quest’ultimo, scelto non per caso, ma che si ritiene anzi una qualità fondamentale della scrittura di Magliani, in questa narrazione nella quale le determinazioni collettive e storiche, oppure individuali e psicologiche, lasciano presto spazio a quella deriva – tra vita e morte, tra contingente ed eterno, ma anche, e più semplicemente, tra visibile e invisibile – che nel sentire metafisico ha la sua radice più durevole, anche se meno esplicita ed esplicitabile, se non all’interno della parola letteraria. È così che la storia dei tre disertori in fuga dall’esercito napoleonico nell’estate dell’anno 1800, in coincidenza della battaglia di Marengo, e portatori dell’esperienza, allora molto ristretta e temuta, dell’hascisc scoperto in Egitto, lentamente si diluisce – senza mai perdere la propria giustificazione narrativa – e si apre ad altri scenari.

Come anche nelle opere della letteratura spagnola e ispanoamericana, delle quali Magliani è prezioso traduttore – in questo senso, primo fra tutti i riferimenti possibili è forse l’autore argentino desaparecido Haroldo Conti del quale Magliani ha curato le traduzioni di Sudeste (2018) e Mascarò (2020) per ExOrma. Come lo stesso Magliani ha ricordato, in un’intervista rilasciata a Ilaria Palomba per Suite italiana: la scena, nonché lo sfondamento della scena, in senso metafisico, ritornano, una volta chiuso il libro, ad avere un’importanza materiale e politica imprescindibile anche per l’oggi. Ed è su questa nota, che si unisce alla lettura “antropocenica” di Meschiari, che si può considerare Il cannocchiale del tenente Dumont un romanzo storico, sì, ma con particolare rilevanza per la nostra contemporaneità, nella quale il valore etico e politico della diserzione sembra essersi volatilizzato (oppure sembra aver preso fin troppo peso e consistenza ideologica, nelle piccole rivolte personali di ciascuno), ma la sua possibilità continua a profilarsi – sempre irrinunciabile e sempre, inevitabilmente, tragica – all’orizzonte.