5 Dicembre, 2021

Mary Robinette Kowal / Nello spazio è tutta un’altra storia

Mary Robinette Kowal, The Calculating Stars, tr. Stefano Giorgianni, Mondadori, pp. 504, euro 16,00 stampa, euro 9,90 epub

Per cogliere l’intersezione di questo romanzo con il nostro tempo bisogna fare un passo indietro, anzi due. Tre anni fa, Mary Robinette Kowal vinceva in un sol colpo il Premio Hugo, il Nebula e il Locus per il miglior romanzo di fantascienza con The Calculating Stars (2012), prequel di The Lady Astronaut of Mars o, se preferite, parte prima della duologia delle donne astronauta. Lo stesso anno la NASA annunciava che il prossimo umano sulla luna avrebbe potuto essere di sesso femminile. Al netto del condizionale, il titolo della notizia era già pronto da circa mezzo secolo: “Un piccolo passo per una donna, un grande passo etc etc”.

La prima donna a varcare la linea di Kàrmàn, che a 100 km dal livello del mare segna convenzionalmente il confine tra l’atmosfera terrestre e il resto dell’universo, insomma ad andare nello spazio, è stata la sovietica Valentina Tereškova, operaia, sarta, stiratrice e appassionata di paracadutismo, lanciata nel 1963 dal cosmodromo di Bajkonur per una missione di tre giorni. La prima a passeggiare nel vuoto fu, poco dopo, un’altra cosmonauta russa, Svetlana Savitskaya, che invece pilotava MIG nell’aeronautica militare. Malgrado il suo curriculum, il primo giorno di addestramento, tanto per farle capire l’antifona, i colleghi maschi pare le fornirono un grembiule da cucina (forse anche per scusarsi, gli accademici URSS diedero poi il suo nome a un asteroide: 4118 Sveta).  Le americane, invece, dovettero aspettare vent’anni, lo Space Shuttle e la missione STS-7 con a bordo la prima astronauta statunitense, la trentaduenne Sally Ride. Era il 1983.

Un altro passo indietro. Il programma Apollo (1961-1972), che portò il primo uomo sulla luna, come è noto, spedì in orbita solo astronauti maschi. Questa però è solo metà della storia. L’altra metà è che all’inizio degli anni ’60 la NASA decise di selezionare un equipaggio tutto al femminile. Tredici candidate passarono i test fisiologici e attitudinali, da cui il nome di Mercury 13 affibbiato a questo team fantasma. Il programma infatti, nato un po’ per ragioni di immagine, un po’ per i vantaggi biologici che le astronaute prospettavano per il programma – le donne, dopotutto, sono più piccole, pesano meno e consumano meno ossigeno! – alla fine fu stoppato e non vide mai la luce. Per capire perché, basta rileggersi la dichiarazione che l’astronauta e futuro senatore degli Stati Uniti, John Glen, rilasciò davanti alla commissione per la discriminazione sessuale che seguì alle proteste: “Credo che Il fatto che le donne non siano in questo campo sia semplicemente un fatto del nostro ordine sociale”.

Tornando a noi, è grazie a un classico espediente narrativo della SF, l’ucronia, che Mary Robinette Kowal in The Calculating Stars riporta gli eventi di Mercury 13 indietro di una decina d’anni. Siamo quindi nei primi anni ’50, c’è la guerra in Corea e non è normale che tua moglie bianca vada a casa di gente di colore o che non ti prepari un Martini quando rientri dopo una giornata di lavoro. La protagonista, Elsa, figlia di un generale, marito ingegnere e compagno comprensivo, famiglia ebrea con zia scampata all’Olocausto, però è una pilota con centinaia di ore volo sulle spalle, addestrata per trasportare caccia e bombardieri durante la WWII. Il suo sogno lungo il libro è diventare astronauta e andare sulla luna. Del resto è il sogno di tutte, a cominciare dalle amiche con cui dà vita al circolo aeronautico femminista delle Ninety-Nines, il posto dove succedono le cose e si affinano le strategie femminili, e dove, lentamente, matura anche la consapevolezza delle discriminazioni di genere e razza che dominano la società americana. È un sogno che ben presto investe Elsa e la trasforma, suo malgrado, in eroina mediatica quando, attraverso le onde dei primi show televisivi, diventa il simbolo travolgente e ambiguo dell’emancipazione femminile: la Donna Astronauta, come la chiamano ormai tutti. Il suo personaggio pubblico è destinato a magnetizzare l’attenzione dei politici, l’astio del patriarcato e le crisi di panico della diretta interessata, con precedenti suicidari che vengono alla luce, quando è chiamata a interpretare la sua battaglia anche per milioni di bambine e di casalinghe che le chiedono un autografo.

Ma aspetta, perché tanta fretta di colonizzare lo spazio? Perché nelle prime pagine del libro un asteroide grande come la Lombardia cade in mare davanti alla East Coast, facendo milioni di vittime, e a questo punto si calcola che il conseguente effetto serra potrebbe provocare entro 50 anni l’estinzione di ogni forma di vita umana sulla terra.  Chi l’ha calcolato? Beh sempre Elsa, che oltre al brevetto di pilota ha due lauree, di cui una in fisica.

Sì, perché negli anni ’50, archiviata l’emergenza bellica e rispedite a casa dalle fabbriche le lavoratrici americane, le donne che ancora trovano un posto negli uffici lo trovano molto spesso come calcolatrici umane. Può capitare, come spiega nel titolo di un libro bellissimo e molto complesso la teorica Katherine N. Hayles, che “My mother was computer” (e, anche in Italia, mia madre, nel suo piccolo, si arrabattava perforando schede per il mainframe a valvole della “Assicuratrice Italiana”). In un’epoca in cui i documenti sono battuti a macchina in triplice copia carbone ma l’inaffidabilità dei bestioni IBM rischia di compromettere il programma spaziale, il calcolo delle orbite a ogni lancio missilistico è affidato a computer donne. Elsa e le altre, nel loro day job, sono tutte calcolatrici, frustrate ma orgogliose di esserlo, in seconda fila nell’unico posto lasciato libero nella sala di controllo dell’avventura spaziale. Perché, come viene ripetuto spesso nel libro, “gli ingegneri creano problemi, le calcolatrici li risolvono”.

La saga di The Lady Astronaut è stata paragonata a un incrocio tra The Right Stuff, Hidden Figures e The Martian (con riferimento al secondo libro) ma naturalmente è qualcosa di diverso e anche di più sofisticato. Sicuramente non è un romanzo di azione perché la storia, metabolizzato lo shock del meteorite, procede poi a piccoli passi dove deve andare e dove ti auguri che vada sin dal primo momento. La Storia con la maiuscola, invece, salita sull’otto volante della catastrofe climatica, fa capolino per dare un colpetto di acceleratore: l’URSS si sgretola, la Cina no, il Reverendo King organizza le prime marce perché il mondo può anche finire ma il razzismo no. La Donna Astronauta, ebrea poco praticante, incontra lo scienziato ex nazista Wernher von Braun (che ben conoscendo l’importanza della propaganda, approva la sua causa).

Attraverso l’arco narrativo di Elsa – che solo affrontando sensi di colpa, pregiudizi wasp e dipendenza da psicofarmaci acquisisce le skill da eroina spaziale – Mary Robinette Kowal riesce a costruire, con precisione cinematografica, la perfetta macchina dell’empatia, offrendo anche al lettore maschio il biglietto per un gender switch immersivo negli anni ’50. Che, come gli esami, non finiscono mai.