Melih Cevdet Anday (1915-2002), nato a Istanbul, è stato un importante intellettuale nella Turchia di metà Novecento con numerosi apporti nel campo delle consulenze, per esempio al ministero dell’Istruzione di Ankara, e attaché culturale presso la sede dell’Unesco a Parigi. Ha pubblicato romanzi, saggi, poesie e opere teatrali, ed è una notizia l’uscita di Gli sfaccendati nella bella collana Gramma di Feltrinelli. C’è bisogno di opere raffinate che vadano in profondità nella realtà storica turca, soprattutto riguardante la società della Turchia repubblicana.
Aylaklar, titolo originale dell’opera, è stato pubblicato nel 1965, nelle sue pagine possiamo leggere la storia di una famiglia all’interno della villa di Erenköy, ricca di interni e arredi così come la voleva Şükrü Pascià, il ricco speziale di Abdülhamid II. Ma alla metà degli anni Sessanta il palazzo sulla sponda asiatica del Bosforo ormai è cadente, difficile credere che sia ancora abitato. Non è così: al suo interno alloggia una corte di parenti e affini, controllata dalla matriarca Leman Hanim, figlia di Şükrü Pascià, custode di fole, decadenze e polveri zuccherose quanto acide.
Romanzo dai molti protagonisti, e da altrettante comparse che tali non sono, perché nei diversi piani della villa, la suddivisione personale s’incrocia a caratteri molesti e dolci, incompatibili fra loro ma uniti in una sorta di bolla epocale che li ha trascinati dentro la nascita della Repubblica. L’erosione degli stucchi si accompagna a quella dei temperamenti, obbedienze e austerità si sono sciolte in semplici posture, a nulla vale chiudere ossessivamente gli spifferi delle finestre che tentano l’invasione dall’esterno.
Melih Cevdet Anday conduce le avventure in quest’interno con un umorismo che spesso cambia le carte in tavola della decadenza, dal tragico alla commedia, con effetti comici espansi da certuni mentre dilapidano il poco rimasto e da altri che vorrebbero sottrarsi alla marea di debiti e al crollo conseguente. Una storia con mille storie, scene leggendarie che i “vagabondi” del palazzo non controllano più, pur risentendone gli effetti bizzarri, i fantasmi cremisi, le differenze sentimentali fra mariti, donne bellissime e gioie disperse. Perché anche il colloquio con le anime ha il suo peso in quel lido d’Oriente. E noi oggi, da quale distanza possiamo avventurarci verso Kadıköy sul vaporetto salpato dal ponte di Galata? Visti i tempi, per ora uno dei pochi mezzi a disposizione, perché qualcosa di storico si possa comprendere, è dato da questo libro. Ormai le navi, lo sappiamo, non sono più rassicuranti.


