Presenti visionari

pubblicato su Pulp Libri 47 gennaio-febbraio 2004; pp. 6-8

L’espressione che forse meglio definisce tutto l’universo narrativo ballardiano l’ha coniata proprio l’autore nell’introduzione al primo volume della raccolta completa di racconti (uscita per Fanucci): presente visionario. Quasi un ossimoro, che definisce però con precisione il raggio d’azione di Ballard, secondo cui il futuro è una chiave d’accesso al presente più efficace del passato, è un’area di eccitazione dell’immaginario. Nelle pagine dei romanzi e dei racconti di “fantasy speculativa” (un metodo particolarmente efficace di usare la propria immaginazione per costruire un universo paradossale dove sogno e realtà si fondono) troviamo ambientazioni futuristiche, ma sempre sul confine perturbante tra sonno e veglia, tra realtà oggettiva e soggettiva, giacché per Ballard la narrativa è una branca della neurologia. Nelle opere di ambientazione “contemporanea”, l’autore ci descrive le dipendenze feticistiche del consumismo, le psicosi che assediano il desiderio, i dilemmi interiori che si insinuano nelle faglie tra il sé e la società in un mondo tecnologico-mediatico (la trasformazione della realtà in uno studio televisivo). Il tipico protagonista ballardiano (sempre maschio: pilota, medico, ingegnere, psichiatra, architetto) si trova coinvolto in una crisi esterna a se stesso, immerso in mondi in disgregazione, costretto a confrontarsi con varie forme di isolamento. E progressivamente capisce che il cambiamento in atto (conseguenza, per esempio, di un disastro ambientale o urbano) in realtà riflette i mutamenti ancestrali che stanno avvenendo nella propria mente, e che la crisi esterna è un viatico per riscoprire se stesso. Dunque in un modo o nell’altro il protagonista va sempre incontro alla catastrofe (naturale o psichica), ma non per volontà apocalittica di autodistruzione, bensì assecondando le condizioni mutate, accettando quasi una sorta di nuovo stadio evolutivo. Ballard ha costruito un’ironica e distaccata psicopatologia della società post-industriale, un corpus narrativo ambiguo e potentemente visivo in cui ha messo a frutto la propria formazione clinica attraverso la mediazione figurativa del surrealismo e della pop art.

Fabio Zucchella

“Jim aveva cominciato a sognare di guerre. La notte, sulla parete della sua camera in Amhest Avenue sembravano snodarsi gli stessi film muti, che trasformavano la sua mente addormentata in una sala vuota da proiezione.” Jim è il giovane Ballard, come lo scrittore James Graham Ballard lo vuole costruire nelle prime pagine de L’Impero del sole, definendo un giovane se stesso coerente a quelle visioni apocalittiche che sfolgoreranno nella sua narrativa decenni dopo. II romanzo non è quindi una sorta di autobiografia intesa in senso storico, anche se le reali vicende della gioventù di Ballard sarebbero sufficienti a sostenere più di un best seller, ma una ricostruzione razionale a posteriori di quello che doveva avvenire nella mente di un bambino affinché potesse, da lì a qualche anno, essere l’autore de Il mondo sommerso o Crash. La Seconda Guerra Mondiale, con il suo coinvolgimento contemporaneo dei cinque continenti, lo scontro tra le ideologie totalitarie fasciste, staliniste e capitaliste, ognuna impegnata sul proprio fronte a raggiungere il controllo totale sull’individuo, l’utilizzo di sofisticate tecnologie dei trasporti e della morte, le scienze di ogni contendente impegnate allo spasimo contro il nemico, ha certamente segnato una svolta nella vita delle persone di tutto il mondo. Si è trattato di un cambiamento che il primo conflitto veramente globale (combattuto nelle risaie, nella steppa, nei deserti, nelle città occidentali, negli abissi) ha dispiegato nella guerra, ma che, come è evidente in tutta la narrativa di Ballard, si è dispiegato concretamente nel dopoguerra. Il giovane Ballard è certo un osservatore privilegiato del declino della modernità, dopo l’esperienza della prigionia, conosce in maniera approfondita il surrealismo e intraprende gli studi di medicina. La sua cultura interdisciplinare, arricchita dalle esperienze emotive della sua infanzia, coglie concretamente il complesso rapporto psichico tra l’uomo e la società mediatica nella quale è immerso. Per comprendere il valore della narrativa di James Ballard, la sua attinenza con l’espressione più intima della realtà, è opportuno ricordare cosa sosteneva Marshall McLuhan dei media. Secondo il sociologo canadese i media sono le tecnologie, ovvero tutte quelle forme materiali e immateriali che estendono o sostituiscono le funzioni umani. Dunque tecnologie in stretto rapporto con l’uomo, mezzi (media, appunto) per interagire con il mondo. Queste amplificazioni sensoriali inducono profonde trasformazioni nell’ambiente e, di conseguenza, nell’uomo stesso, qualche reazione inconscia che McLuhan definisce come “intorpidimento” o “catalessi subliminale”. L’uomo immerso in un mondo ipermediatico, come quello che si è disteso sul mondo dopo il conflitto mondiale, è in uno stato anestetizzato a causa dello shock della progressiva estromissione delle sue funzionalità naturali. Ballard è lo scrittore, forse assieme a William Burroughs jr, che comprende questo aspetto della postmodernità, legge all’interno dl questa narcosi, forse grazie ai suoi studi medici, e utilizza la narrativa per rappresentare estremizzazioni di questo aspetto della vita quotidiana. “The Violent Noon” è il primo racconto pubblicato da Ballard nel 1951, sulla rivista Varsity. Si tratta di un racconto che non è presente nella mastodontica collezione The Complete Short Stories, ora in corso di traduzione in Italia da Fanucci, e di cui è In libreria il tomo che raccoglie la narrativa breve dal 1956 al 1962 (pp. 268, 18,50 euro). I suoi primi racconti appaiono su riviste inglesi di fantascienza come Science Fantasy e New Worlds; sono “Prima Belladonna”, “Città dl concentramento”, “Il sorriso di Venere”, ‘Terre di attesa”, “Ora zero”. La sua fantascienza si differenzia immediatamente dai modelli statunitensi, che pure in quegli anni presentavano una straordinaria ricchezza innovativa. Sono diversi i protagonisti, ma, soprattutto, l’interesse è rivolto alle anomalie delle loro percezioni, ai loro rapporti affettivi che manifestano aspetti patologici, alle comunità che sembrano essersi allontanate dalla civiltà, alle nevrosi. Nonostante sia stato pubblicato su New Worlds nel 1962, il breve saggio “Quanti la strada per lo spazio interiore?” è ancora il manifesto più potente per leggere la narrativa di Ballard e della sua generazione. Criticando una fantascienza meramente avventurosa o che si accontenti di predire tecnologie, Ballard scrive: “penso che la science fiction debba volgere le spalle allo spazio, ai viaggi interstellari, alle forme di vita extraterrestre, alle guerre galattiche”. E, coerentemente, due delle icone più suggestive della narrativa di Ballard sono l’astronauta morto e i centri spaziali abbandonati. “Vorrei trovare più idee psicoletterarie, più concetti metabiologici e metachimici, sistemi cronobiologici personali, spazio-tempi e psicologie sintetici, quei semimondi remoti e cupi che scorgiamo nei dipinti degli schizofrenici, una completa poesia speculativa, fantasia della scienza”. L’anno in cui Ballard pubblica questo breve saggio, destinato a sconvolgere il mondo sparuto e bigotto della fantascienza, il1962, escono i suoi primi due volumi: l’antologia The Voices al Time e il romanzo Il vento dal nulla. I racconti raccolti nel primo volume di The Complete Short Stories rappresentano completamente la sua produzione letteraria precedente. “Prima Belladonna” viene pubblicato nel 1956, ed è l’inizio di una carriera letteraria di estrema coerenza. “Conobbi Jane Ciracylides durante l’Intervallo, la crisi mondiale di noia, apatia e canicola estiva”. Una donna che ha il cognome con un’assonanza primordiale è il suo primo personaggio; l’Intervallo è il primo espediente di estraniazione dalla vita sociale ed economica della grande fucina occidentale che elabora. Gli anni successivi rappresentano il pieno successo, almeno nell’ambito della fantascienza. Cinque antologie e i romanzi che completano la tetralogia della catastrofe (Deserto d’acqua, Terra bruciata e Foresta di cristallo), tutti pubblicati entro il 1966, consentono di comprendere come Ballard abbiamo tenuto fede al suo programma e abbia sondato i limiti di una letteratura psichica. La catastrofe è uno del temi classici della fantascienza, in particolare quella inglese. John Wyndham e John Christopher avevano ottenuto una certa notorietà con i loro romanzi, ma la catastrofe di Ballard non è l’oggetto della narrazione, ma un espediente. Tornando a quell’idea alla McLuhan per la quale l’uomo contemporaneo è sovrastimolato dall’attività dei media, e quindi vive con una sindrome di sovraccarico, la catastrofe urbana, le località esotiche isolate e i luoghi in cui la civiltà occidentale si è r-tirata producono una dolorosa risensibilizzazione a causa di un rarefarsi dei media. Secondo Ballard questa condizione consente l’emergere di “sistemi cronobiologici per-sonali” e un passato ancestrale, della specie piuttosto che del singolo, torna inspiegabilmente in superficie, L’evoluzione, sembra voler dire Ballard, non ha cancellato il nostro passato biologico, piuttosto una società psichicamente invadente l’aveva addormentato.

Domenico Gallo

pubblicato su Pulp Libri n. 47 gennaio-febbraio 2004; pp. 6-8