Siri Hustvedt / Rituali nordici per non lasciare

Siri Hustvedt, Storie di fantasmi, tr. di Gioia Guerzoni e Cristiana Mennella, Einaudi, pp. 296, euro 20,00 stampa, euro 11,99 epub

Eliot rivelò al mondo La foresta della notte (Nightwood) di Djuna Barnes. Le cose in qualche modo cambiarono nel campo dei valori letterari. Merito anche dei punti vista. La classicità creata in così poco tempo, così “moderna”, indusse Siri Hustvedt ad approfondire i passaggi e i percorsi perigliosi tra eros e memoria, tra politica e vita privata. Per 43 anni ha vissuto con Paul Auster, morto il 30 aprile 2024, un abbandono che concretizza l’ascesa di una memoria che diventa centrale già pochi giorni dopo. Nella casa di Brooklyn la scrittrice che tutti noi conosciamo avendo letto i suoi meravigliosi romanzi, da Quello che ho amato a Ricordi del futuro (senza dimenticare i saggi intorno alle problematiche della psiche e all’identità umana e la percezione), inizia a scrivere una sorta di diario della perdita, un memoir che la rende testimone della propria esistenza quando lei è viva e suo marito, Paul Auster, è morto. Così inizia il primo capitolo di Storie di fantasmi, mirabilmente categorico, esplicito – come un’amputazione.

Hustvedt si prepara alla trasformazione del tempo nelle stanze fino a quel giorno condivise, nello studio fra i libri e gli scaffali. Il corpo non funziona più bene, le letture avanzano a scatti, l’esperienza della psicoterapia si rinnova, le uscite in strada e in metropolitana diventano sbagliate. La compulsione a togliere di mezzo gli abiti di cui un morto non ha più bisogno diventa altresì qualcosa difficile da controllare. Così come gestire i sacchi di medicinali accumulati per “allungare un poco la vita di Paul”. Poi accade qualcosa.

Lo scrittore desiderava una sepoltura che lo lasciasse andare alla terra, e avrebbe desiderato tornare come “fantasma”. Il dopo invade la casa di una vita diversa e uguale allo stesso tempo, lo spazio dello studio è ancora più sacro, luogo di gesti ripetuti che sono memoria incarnata, difficile da spazzare via. Accade il fenomeno da Hustvedt definito “allucinazione olfattiva”: l’odore del sigaro di Paul che arriva quando più la scrittrice ne ha bisogno. È l’alternanza del lutto, non ostacola il fantasma che Paul e Siri hanno creato insieme, quel “noi” che pur non esistendo più è penetrato in tutte le stanze. La coppia spettrale oltrepassa il conosciuto “arto fantasma” che spesso si presenta dopo un’amputazione. I segni sono inconfondibili, fantasma e non ombra, è il futuro loro, rappresentato dall’essere stati la stessa persona (“eravamo una persona sola”).

Non si sa come il dolore possa chiarire i sentimenti verso qualcuno, la rabbia attraversa il pensiero di quei 43 anni di vita comune. Il pensiero va al Diario di un dolore di C.S. Lewis, giustamente citato dalla traduttrice. Vale a questo proposito richiamare la maestria di Gioia Guerzoni, pressoché unica curatrice dell’opera di Hustvedt, non tralasciando di menzionare l’altrettanto brava Cristiana Mennella che ha tradotto le lettere di Auster al nipote Miles (le ultime 35 pagine scritte in vita) inserite in questo libro. Lewis osservava con lucida temperanza i movimenti dell’animo che sono il nostro segreto, difficili da riconoscere, e che invece Hustvedt ha svelato restando frontale all’urto della morte. I dettagli saranno pure perduti ma tutte le pagine del memoir portano scrittrice e lettori alla non conclusione di versi (“rime perenni”) risolti come distici eroici – del resto, si sa: la poesia ha passi leggeri ma determinati per ritrovare quei dettagli che sono echi rimbalzanti dentro la casa e dentro la casa meno privata dell’atmosfera terrestre. Lì ancora incontriamo Paul e Siri, i loro libri “scritti, letti e criticati”.