Un trip che non promettiamo breve

Attraverso film come "Porpora" di Roberto Cannavò e "Senza titolo di viaggio" di Filo Sottile prendono direttamente la parola soggettività oggi spesso silenziate dalle polemiche contro schwa o messe a valor culturale come minoranze di genere. Con un attivismo sensibile che attraversa identità, movimenti e antagonismo.

Da molto tempo, e con una particolare vis polemica nelle ultime settimane (a partire, tra l’altro, da una petizione lanciata su Change.org contro l’uso della schwa, con particolare, ma non esclusivo, riferimento ai documenti della Pubblica Amministrazione), si parla della proposta della vocale centrale semiaperta /ə/ come possibile sperimentazione di una lingua più inclusiva verso le identità di genere non-binarie. Com’è noto, la proposta della schwa può essere rintracciata, con le cautele e i limiti di una “sperimentazione” esplicitamente dichiarata, nel volume Femminili singolari (effequ, 2019) di Vera Gheno; nel lungo dibattito che ne è seguito e che sta ancora continuando, vi è almeno un dato che salta agli occhi di chi non voglia direttamente immergersi nel calderone mediatico e social che si è creato (prendendo così posizioni che talora, in un senso e nell’altro, risultano preventive e prescrittive): in questo frangente, si evidenzia quella dinamica, peraltro piuttosto nota, per la quale più grande è la cassa di risonanza di un determinato posizionamento, meno ci sarà possibilità che a intervenire siano proprio quelle soggettività che di questa, o altre proposte simili, potrebbero in qualche modo beneficiare.

Uno schema, quest’ultimo, che non è soltanto la riproposizione del paradigma eteronormativo cisgender nei confronti delle soggettività non-binarie, ma anche, in termini generali, di uno specifico assetto politico-culturale nei confronti di quelle che risultano poi definite come “minoranze”. Se, da un lato, questa non è certo l’unica dinamica alla quale guardare – all’interno di un sistema economico che tende a mettere in valore anche le differenze e le contraddizioni che possono essere “culturalizzate” al suo interno – d’altra parte si tratta di una prospettiva molto interessante dalla quale tornare a guardare a una recente produzione culturale che mette al centro, se non direttamente questi temi, di certo alcune loro implicazioni profonde.

Si tratta di narrazioni che procedono da posizionalità e storie trans (transgender e/o transessual*), ma che non per questo sono immediatamente riconducibili alla questione appena citata. Anzi, si tratta di narrazioni che rivendicano varie modalità, nella presa di parola, all’interno di un continuum che giunge – in almeno due casi recenti: il film Porpora (2021) di Roberto Cannavò e Senza titolo di viaggio. Storie e canzoni dal margine dei generi di Filo Sottile (Edizioni Alegre, 2021) – fino a lambire o a entrare nei territori dell’attivismo politico. E, in questo, si tratta di un continuum che ha l’effetto di depotenziare la classica obiezione eteronormativa cisgender: “i problemi sono ben altri” (e, beninteso, se sono altri, per il momento non li risolveremo).

Vittorio Martone e Porpora Marcasciano in un fotogramma di “Porpora”

Partiamo dal film. Porpora è un road trip che – su una misura poco più lunga del mediometraggio, ma ancora classificabile come tale dalla legislazione italiana – mette al centro della scena Porpora Marcasciano, attivista e scrittrice trans, alla guida del MIT (Movimento Identità Trans) dal 2010 al 2021 (con un’interruzione tra 2016 e 2019) e oggi a capo della Commissione Parità e pari Opportunità del Comune di Bologna. Ed è proprio “trip” la parola più adatta per un film che inizia subito su queste note, riprese da una lettura dalla AntoloGaia di Marcasciano (Alegre, 2015): la transizione è un viaggio sul quale grava il fantasma binario dell’incompiutezza, che può assumere anche accenti psichedelici – se ad esempio inizia, come per Marcasciano, con gli anni Settanta – ma che non si può nemmeno sottrarre facilmente ai suoi down (provenienti dall’interno e, soprattutto, dall’esterno). Il film replica anche narrativamente questa struttura, seguendo Porpora Marcasciano e Vittorio Martone (co-produttore del film) da Bologna a San Bartolomeo in Galdo, il paese natale di Marcasciano in provincia di Benevento. Un ritorno alle origini che, come mostrano adeguatamente gli ultimi fotogrammi del film, resta proiettato verso il futuro, facendo di ogni frammento di conversazione e di ogni incontro un motivo per aprire in modo caleidoscopico la narrazione.

A catalizzare queste aperture è – dal punto di vista cinematografico: si intuisce come spesso non ci sia neppure bisogno di questo artificio retorico – il personaggio di Vittorio Martone, scrittore che vorrebbe inizialmente immergersi in un progetto riguardante Porpora Marcasciano dopo uno dei suoi tanti “interventi” teatrali degli ultimi anni e che si ritrova infine coinvolto in un’esperienza di viaggio che, come facilmente se ne deduce, è la macchina da presa a poter raccontare più felicemente. La macchina da presa di Roberto Cannavò, nello specifico, mentre Vittorio Martone è spesso colto nell’atto di riprendere le scene, parallelamente offerte anche allo sguardo del pubblico, da un’angolatura diversa e personale, quella dello smartphone.

Questa, per quanto stilizzata, è una scelta che si ritrova, con modalità superficialmente diverse, in un altro film prodotto da Martone: nel cortometraggio La prima volta del 2017, ambientato nel carcere minorile del Pratello, Bologna, e girato sempre da Cannavò, sono i detenuti a prendere possesso della macchina da presa, per alcuni istanti, e a orientare lo sguardo dello spettatore al di là dei suoi pregiudizi, che sono anche, inevitabilmente, pregiudizi ottici. Qui, invece, in modo speculare, è Martone stesso che si cimenta nel tentativo di fornire uno sguardo individuale sulla vicenda – tentativo che, come si intuisce subito, resta fallimentare, là dove si percepisce chiaramente la possibilità di un’appropriazione indebita da parte di un’altra prospettiva che non sia quella di chi sta prendendo parola. Un caveat che appare estremamente necessario, se si ricorda la tendenza, citata in apertura, all’appropriazione di questioni simili, o correlate, da parte di prospettive che possono, infine, ricadere completamente all’interno del paradigma eteronormativo cisgender.

Vittorio Martone, invece, come anche il pubblico, si ritrova nella posizione di chi ascolta: di certo interrogando e continuando ad approfondire, ma anche restando rispettosamente sulla soglia di una serie di questioni dal portato spesso traumatico. Le trans che “vendevano i fiori” – o anche, per usare un’espressione gergale forse più nota, “facevano la vita” – a Roma; il rapporto da un lato estremamente teatralizzato e dall’altro drammaticamente concreto con la polizia e il carcere; le spedizioni punitive di gruppi di fascisti contro i “femminielli” a Napoli e la loro resistenza (che rinnova quella, ormai consegnata alla storia, dalle Quattro giornate di Napoli del 1943); sullo sfondo, il rapporto dalla trama complessa e delicata di Porpora con la propria famiglia, a San Bartolomeo in Galdo. E i temi e le soglie potrebbero essere molte altre ancora: rispetto ad alcuni di questi, sono alcuni straordinari materiali d’archivio, inframmezzati alla narrazione, a fornire risposte già compiute; in altri casi, è la conversazione tra Porpora e Vittorio a far emergere alcuni dettagli di una storia che, come riassume bene la denominazione del MIT, è fatta di identità quanto di movimento.

Complementarità che emerge già in una delle prime domande di Vittorio, durante una passeggiata nel quartiere San Lorenzo di Roma: l’abbozzata flânerie riporta inevitabilmente alla luce la storia dei rapporti tra il gruppo del Narciso – Collettivo Omosessuale Rivoluzionario (fondato a Roma da Porpora Marcasciano e altr* compagn* nel 1979) e quello degli “autonomi duri e puri”. Un rapporto in cui non mancano le incomprensioni reciproche, ma senza raggiungere quei livelli di tensione che, all’epoca, appartenevano ad altri piani e altri schemi, ma che oggi vengono introdotti, probabilmente con eccessiva facilità, nella vulgata a riguardo “degli anni Settanta”.

Sembra, in questo caso, di assistere, mutatis mutandis, a quello che Filo Sottile racconta, in Senza titolo di viaggio, a proposito della sua esperienza all’interno del Movimento No Tav. A questo proposito, se Un viaggio che non promettiamo breve era il titolo del noto volume di Wu Ming 1 – peraltro direttore della collana Quinto Tipo di Alegre, in cui s’inserisce anche il volume di Filo Sottile – a proposito dei Venticinque anni di lotta No Tav (Einaudi, 2016), nemmeno il trip al centro di queste poche righe può promettersi breve, rapido e indolore – per quanto, innegabilmente, anche favoloso.

Per quanto sintomatico – soprattutto per chi voglia leggere la questione in termini non soltanto di “identità”, ma anche di “movimento” – non c’è naturalmente solo questo episodio nelle 381 pagine del libro di Filo Sottile – nelle sue Storie e canzoni dal margine dei generi, come recita il sottotitolo. Come si legge nella bandella, infatti, Filo Sottile «si definisce punkastorie per connotare in maniera più chiara la forma di teatro-canzone che porta in giro da oltre vent’anni»: oltre a notare, incidentalmente, come sia una terza forma, il teatro, a innervare testualità che aderiscono, superficialmente, ad altri media, è certamente vero che la narrazione di Filo Sottile procede costantemente “al margine dei generi”, trovando un proficuo doppio senso nell’espressione.

Il percorso è unitario e, al tempo stesso, aperto a mille digressioni e aperture: forse non proprio all’interno di un trip, stavolta, ma in un viaggio che qualcosa del trip comunque mantiene, a livello di forma (apparendo anche, e non di rado, come un’estensione e approfondimento della scrittura dei primi articoli di Filo Sottile per Giap); di conseguenza, il volume raccoglie moltissime annotazioni che riguardano un’esistenza individuale, rifacendosi alle forme della scrittura diaristica e/o autobiografica (particolarmente incisiva, fra l’altro, nella narrazione del lockdown e del periodo pandemico, in generale, come interruzione forzosa di ogni trip e transizione), ma sempre allargabili verso un orizzonte politico e culturale collettivo.

Un caso emblematico può essere quello delle carriere alias (ossia l’attivazione di un profilo temporaneo con un’identità differente da quella anagrafica) in ambito universitario: recentemente individuato come esempio di una università in cambiamento da un articolo su un inserto di un quotidiano nazionale – con l’estensione di senso, probabilmente indebita, di un virgolettato di Giuseppe Broglio, della direzione del Centro Interuniversitario di Ricerca Queer (Cirque): «Le carriere alias dimostrano che l’università si sta trasformando» – il tema viene invece mostrato da Filo Sottile come un cambiamento ottenuto lentamente, dolorosamente e, soprattutto, come risultato di una strenua lotta.

Lotta che riguarda anche un nodo focale della legislazione italiana, molto oltre quel ddl Zan recentemente affossato nelle paludi partitico-parlamentari: si tratta di quella legge 164 del 1982, rispetto alla quale Filo Sottile ha buon gioco nel sottolineare l’innovatività, per i primi anni Ottanta, ma le sue molteplici, e spesso dolorose, aporie nell’applicazione recente e contemporanea. La consulenza psicologica, per dirne una, si rivela spesso una riproposizione di quel paradigma binario al quale una soggettività e corporeità in transizione si sta evidentemente sottraendo.

Infine, e riprendendo esplicitamente la lezione di bell hooks ricordata anche su questa rivista, un altro «luogo di lotta» è, senza dubbio, per Filo Sottile, la lingua: «La lingua è anche un luogo di lotta. L’accademia della crusca rigetta l’uso della schwa, degli asterischi e sostiene che va tanto bene il plurale maschile universale. Ce ne fottiamo». A partire da questo messaggio, forse non è necessariamente vero che tout se tient, ma l’ascolto e la visione di storie altrimenti relegate nel silenzio dal mainstream mediatico e, spesso, culturale e politico, può certamente portare all’apertura di riflessioni urgenti. Lo si legge anche nelle righe immediatamente successive di Filo Sottile: «Continuiamo a usare la lingua come un piede di porco per forzare le sbarre della società, per dire che ci siamo e non siamo “tutti la stessa cosa”. La lingua è anche un luogo di lotta. Oltre che lavorare sulle desinenze ci impegniamo a trovare le strategie sintattiche che raccordino in maniera differente le vite degli esseri viventi».

Cercare queste “strategie sintattiche”, che raccordino nuovamente “identità”, “movimenti” (e, perché no?, “antagonismo”), è un trip che non si può promettere breve, ma per il quale è sempre ora di imbarcarsi.

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