Visto da vicino

Sam Shepard, Spiare la prima persona (tr. Massimo Bocchiola), La nave di Teseo, pp. 112, euro 16,00 stampa, euro 9,99 epub

Sam Shepard, America profonda, racconti del “vero” West, autore di intriganti sceneggiature quando negli anni Ottanta ci innamoravamo di Travis camminatore nel deserto di Paris, Texas (Wenders era l’obiettivo satellitare del mondo) e di Nastassja Kinski ospite di un peep show. Noi reduci, quindici anni addietro, del visionario Zabriskie Point, ancora più psichedelico per via di certi Pink Floyd. Shepard sceneggiatore e drammaturgo, attore inseguito dalle muse di Los Angeles e fortemente amato da Patti Smith. Immagine emblematica, diversi miti assortiti nella stessa persona. Occorre rileggere le sue storie, approfittando di riedizioni di notevole gusto dopo i libri feltrinelliani ormai vintage (sembra ieri e forse era ieri l’altro). Altro che minimalismo (siamo pur sempre in Italia) o Carver, in quelle pagine si suda e l’amore è sempre irrobustito da salse Tex-Mex, sguardi pensierosi e tumbleweed rotolanti sulle strade impolverate.

Sappiamo come è andata. La SLA è stata fatale, e Spiare la prima persona, iniziato nel 2016, ha seguito l’aggravarsi della malattia fino a quando Shepard non ha più potuto scrivere o registrare le ultime parti. Patti Smith lo ha aiutato fino all’estremo, e con i suoi cari lo scrittore è riuscito a terminare quest’opera definitiva, un affondo d’amore per la propria terra che tratterrà per sempre persone amate e passanti.

Il libro è una scena assoluta, e nella scena fatta di verande e insetti ronzanti lo sguardo di un uomo s’interroga sull’intera natura che gli sta intorno, e sulla gente che sembra avere pochi pensieri. L’uomo è immobile su una carrozzella, descrive gli esami del sangue e le indagini alla colonna vertebrale. Come l’autore ha uguali diagnosi da affrontare, si sovrappongono flash di vita quotidiana, ordinaria anche se non lo è, e colazioni messicane, chili verde e uova e formaggio. Appaiono frutteti ormai scomparsi, piantatori di varie nazionalità e familiari su Chrysler buone per “strade ampie”. L’uomo che pensa e scrive sospetta di chi l’osserva, ha viaggi nella testa e non crede di diventare una reliquia. Così come non lo è questo libro emerso dal bagno chimico di uno studio fotografico.

I giorni passano intorno alla carrozzella, sono filmati in una pellicola super 8 (niente digitale, per carità) e la colonna sonora è importante, si sentono rumori e suoni di ogni genere, anche quando la scena è fuori fuoco e l’uomo si assopisce. Fantasia e realtà s’incrociano sulle strade di una città di confine, Shepard ci trasporta in un viaggio sentimentale non privo di durezze e smarrimenti simili a nuvole (talvolta così somiglianti al fungo di una bomba atomica) sulla testa e sulle fattorie. In una manciata di pagine (circa un centinaio) luminose s’espongono decine di vite, di ricordi e pensieri nel loro farsi, e tutto sotto l’occhio attento di chi è costretto all’immobilità. Commuove il movimento dell’intero mondo che si raduna intorno alla “prima persona”, facendosi scrutare senza timori o soggezione. Offensiva del Tet, elicotteri, Nixon, Muhammad Ali non sono affatto sfocati nelle visioni di Shepard, ma definitivamente impressi in colori Kodak mentre ascoltiamo i sibili degli insetti avvolti dalla calura e le picchiate delle rondini, piccoli jet all’imbrunire di ogni giorno. Un fatto inevitabile.

Grande narratore, Shepard, ci conduce in questi accordi finali, ricchissimi di animali, vegetazione e gente passata di lì per caso e forse no. La luna diventa sempre più grande. La troupe scesa in strada, nella visione dello scrittore, finisce di affaccendarsi ma sia chiaro che nessuno andrà mai via del tutto: anche Sam, in piena luce, continuerà a percepire l’odore della tequila, delle lampade e della polvere di tutta la terra, della sua terra.

 

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