Wamu / Ho un rigurgito psichedelico

Wamu Wamu e le pelose avventure di Stanislaw Vonderak Oblomov Edizioni , pp. 208, 21,5x20 cm., euro 24,00 stampa

Stanislaw Vonderak è uno stuntman acclamato dal pubblico ma con un ostacolo che non riesce a superare: i fantasmi del suo passato. Una madre opprimente, un fratello omosessuale con il quale non è mai riuscito ad avere un rapporto sereno, i compagni di scuola che non accettano il suo modo di vivere e per questo lo bullizzano continuamente. Durante uno spettacolo, mentre sta compiendo un salto da record con la sua moto, Stanislav finisce dritto in un wormhole che si rivela l’inizio di una traversata psichedelica ricca di personaggi, creature e situazioni che in qualche modo richiamano la sua infanzia e la sua adolescenza, alla mercè di un aspirante fumettista demiurgo, che sbarca il lunario come giardiniere alla mercè di una moglie autoritaria,  che mette sulla sua strada una serie di prove che lo portano ad affrontare tutti gli irrisolti che lo hanno portato a essere l’uomo che è, nel tentativo di far pace con sé stesso e i suoi affetti per provare a diventare, se non proprio l’uomo che avrebbe sempre voluto essere, almeno una versione più serena di sé stesso. Nel mezzo, c’è la riscrittura di un intero universo interiore che passa per l’attraversamento delle porte del Samsara. 

Nessun uomo è un’isola, così recitavano i versi del poeta John Donne, e se ciò è vero per le persone, il concetto è applicabile anche alle opere degli esseri umani che raramente, o forse mai, nascono dal niente e del tutto isolate da altre opere. Esse per lo più sono create in un flusso di creazioni che sono venute prima e a loro volta contribuiranno influenzando, forse, creazioni che verranno dopo. Tutto ciò per dire che Wamu e le pelose avventure di Stanislaw Vonderak è pieno di elementi che richiamano, se deliberatamente o meno a chi scrive non è dato sapere, le opere di Filippo Scozzari. Il tratto, l’uso del colore e la sfrontatezza tagliente dei personaggi e della narrazione ricordano da vicino il padre di Suor Dentona, un padre nobile per chi vuol fare un’opera divertente e cazzara ma solo all’apparenza, perché dietro all’umorismo surreale di Wamu c’è tecnica a pacchi, e tanto studio del medium fumetto. Il risultato è una versione incattivita di Midnight Gospel, meno sognante e più carica di cazzimma, in cui l’autore conduce il suo protagonista in un doloroso viaggio a ritroso nel suo passato in cui lo stereotipo del macho viene smontato senza pietà ma al tempo stesso senza compiacimento, senza voglia di infierire gratuitamente ma con una lucidità che non rende l’operazione esente da una certa sua durezza. 

Con il procedere della narrazione la logica degli eventi si sfalda e il surreale prende piede, non che la storia trabocchi di razionalità fin dal principio, molto è anticipato proprio da un uso del colore caleidoscopico e straniante, ma man mano che le vignette si accumulano l’apparente nonsense, in realtà tutto ha un perché, costruisce un universo ad alta densità simbolica che sfocia nel mistico per un viaggio di decostruzione e ricostruzione sovrabbondante per quanto riguarda i livelli di lettura dell’opera, che si trovano sia all’interno del testo che nei disegni sempre ricchi di dettagli significativi per un tratto che, nel suo essere così marcatamente onirico, è anche tridimensionale nel costruire un’ambientazione se non sempre realistica quantomeno credibile.

Certo, così descritta l’opera di Wamu avrebbe tutte le premesse per essere pesante e non d’immediata fruibilità ma, al contrario, Wamu e le pelose avventure di Stanislaw Vonderak è divertente come un cartone animato anni ’70, come se Yellow Submarine e Fritz il gatto si fossero accoppiati sotto acido e avessero partorito un figlio, più ritmato e più attuale ma questo ci sta, il tempo cambia e gli artisti a esso si adattano. Il ritmo, infatti, è certamente scorrevole e piacevolmente contemporaneo, si arriva alla fine del volume in poco tempo ma soddisfatti ma il fumetto si presta a venir riletto più volte proprio per divertirsi a trovare il senso lasciato lì nei dettagli dopo essersi goduti la storia nel suo insieme.