Immaginate un individuo paranoico convinto di essere circondato da agenti nemici e da messaggi in codice da decifrare per salvare il Pianeta. Immaginate un individuo terrorizzato dalle scolopendre (o centopiedi) e ossessionato dal numero 23. Immaginate un individuo che considera le donne delle creature aliene e che sogna di sostituire la specie umana con una nuova, esclusivamente omosessuale. Immaginate un individuo che osserva la realtà con lo sguardo gelido e impersonale di un rettile. Quest’individuo è un vecchio tossico che ha sperimentato tutti i tipi di droghe, ha frequentato gli ambienti più malfamati di New York, New Orleans, Città del Messico e Tangeri, e ne è uscito vivo; un americano con un’inconfondibile parlata metallica e la calata del Sud, residente in Texas, dove coltiva la marijuana e la sua passione per le armi da fuoco e per i gatti. Stiamo parlando di William Seward Burroughs II, nato nel 1914 a St. Louis, Missouri, e morto a New York nel 1997.
La prima prova letteraria di William Burroughs fu L’autobiografia di un lupo, scritta a soli 8 anni. Inutili furono i tentativi della famiglia di fargli cambiare il titolo in “biografia di un lupo”. Nel 1938, ad Harvard, il giovane Burroughs scrive il racconto “Ultimi bagliori del crepuscolo”, la storia del capitano di una nave che si traveste da donna per salvarsi. Dopo la laurea in antropologia e un tentativo di entrare nei servizi segreti, negli anni Quaranta Burroughs vive a New York, dove conosce alcuni studenti della Columbia University, futuri esponenti della cosiddetta Beat Generation, tra cui Allen Ginsberg e il giovane Jack Kerouac. Con quest’ultimo scrive a quattro mani il romanzo E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche, titolo ispirato ad un devastante incendio in un circo ad Hartford, nel Connecticut (6 Luglio 1944), che venne pubblicato soltanto molti anni dopo, nel 2008. Nel romanzo si racconta la storia vera di un delitto a sfondo omosessuale, il famoso affaire Lucien Carr – David Kammerer (14 Agosto 1944), vero e proprio rito di iniziazione del terzetto di scrittori Ginsberg-Kerouac-Burroughs, il “delitto che diede origine alla Beat Generation”, (titolo di un famoso reportage della rivista New York, “The Columbia Murder that Gave Birth to the Beats”, del 1976).
Nasce così il movimento beat, un termine cui verranno attribuiti i significati più disparati, ma che è un’espressione tipica dei tossici dell’epoca, che si aggiravano intorno a Times Square e ai locali della 42° Strada: “mi sento beat”, come a dire “mi sento un po’ sbattuto”. Qualche tempo dopo, Burroughs compie una sorta di rito di iniziazione: per dimostrare a se stesso il proprio coraggio, si taglia la falangetta del mignolo sinistro con una cesoia. Dopodiché, senza perdere la calma, raccoglie la falangetta e la porta dal suo psichiatra di fiducia, il quale dispone il suo immediato ricovero in manicomio. Nel 1946 Burroughs viene arrestato per la prima volta e portato alle Tombs, le antiche prigioni di New York, dove gli scattano la foto segnaletica e gli prendono le impronte digitali. È l’inizio di una lunga carriera come Literary Outlaw, cioè “fuorilegge della letteratura”, come recita il titolo della sua famosa biografia scritta da Ted Morgan.
Già in una lettera del gennaio 1951 Burroughs rivela all’amico Allen Ginsberg di aver completato il manoscritto di un libro, Junk, che raccontava le sue vicissitudini da tossicodipendente. Successivamente, nel 1952, Burroughs disse a Ginsberg che aveva iniziato a lavorare a un nuovo romanzo, che poteva essere visto come la seconda parte di Junk, oppure come qualcosa di compiuto in se stesso; il protagonista si chiamava Dennison (come nel romanzo sull’omicidio di Dave Kammerer), la narrazione era in terza persona. La vicenda era incentrata sulla relazione dell’autore con il giovane Lewis Adelberg Marker, che nel testo viene ribattezzato Eugene Allerton. Ad aprile di quello stesso anno Ginsberg, che è sempre stato il miglior agente letterario del suo amico Burroughs, convinse finalmente Carl Solomon a pubblicare Junk nella collana Paperback original della Ace Books, ottenendo un anticipo di 800 dollari. Il libro sarebbe stato pubblicato con il titolo Junkie, dato che l’editore pensava che Junk (“spazzatura”) potesse essere interpretato come un giudizio di valore sull’opera in sé. Ace Books pubblica la prima versione di Junkie nel 1953; arriva in Italia nel 1962, per i tipi di Rizzoli, con il titolo La scimmia sulla schiena – Junkie e introduzione di Fernanda Pivano. Più di venti anni dopo, nel 1977, Burroughs cambiò il titolo dell’edizione riveduta e corretta in Junky, e da allora è rimasto questo (ediz. italiana Junky, Milano, Adelphi, 2022, traduzione di Ottavio Fatica). Nel 1953 Burroughs scrive Queer, la cui edizione definitiva vedrà la luce soltanto più di trenta anni dopo, nel 1985 (tradotto per la prima volta da SugarCo con il titolo eufemistico Diverso, nel 1996; poi negli Adelphi con il titolo Checca, ma sarebbe stato più corretto “frocio”). Al centro di questo secondo romanzo c’è l’omosessualità del protagonista, William Lee, ennesimo alter ego di Burroughs, che vaga tra i bar più malfamati di Città del Messico alla ricerca di un ragazzo con cui “fondersi”. Il romanzo racconta la storia della tormentata relazione di Bill Lee con Lewis Marker/Eugene Allerton, una relazione in cui l’unico ad essere veramente innamorato era l’allora trentasettenne Bill, mentre il poco più che ventenne Marker, che non era affatto omosessuale, accettava di avere rapporti sessuali con lui soltanto due volte alla settimana.
Leggenda vuole che le intricate vicissitudini editoriali del romanzo d’esordio di Burroughs, Junk, e del suo seguito, Queer, provocarono un vero e proprio esaurimento nervoso al direttore editoriale della Ace Books, Carl Solomon, nipote del leggendario proprietario della casa editrice, A. A. Wyn. Solomon aveva conosciuto Allen Ginsberg già nel 1940, al Columbia Psychiatric Institute, ma le vicende della pubblicazione di Junk avrebbero provocato una ricaduta delle sue già precarie condizioni di salute mentale: qualche anno dopo lo ritroviamo internato nel manicomio di Bellevue, a New York, con una diagnosi di schizofrenia. A lui Allen Ginsberg dedicò le edizioni successive alla prima (che era dedicata a Lucien Carr) di Urlo (1956): quella di Solomon sarebbe una delle “migliori menti della mia generazione distrutte dalla pazzia” citate nella poesia-manifesto dei Beat.
Junky narra le disavventure di William Lee, alter ego di William Burroughs, cui uno sconosciuto, un certo Norton – in realtà si chiamava Morelli – offre in vendita un fucile mitragliatore Thompson (il cosiddetto Tommy Gun tipico dei gangster degli anni Venti e Trenta) e alcune syrettes di tartrato di morfina nella New York degli anni Quaranta; erano delle confezioni monouso di morfina, provviste di un ago ipodermico sigillato, un prodotto di facile commercio e facilmente trasportabile.
William Lee comincia a smerciare le sue syrettes, ma ovviamente non resiste alla tentazione di provare lui stesso la morfina: in breve tempo sviluppa una dipendenza, si ritrova con “la scimmia sulla schiena”. Ben presto dalla morfina si trasforma si passa all’eroina, e il nostro protagonista si ritrova incapace di pensare ad altro che a metodi sempre nuovi, tutti illegali, di procurarsela. Il romanzo segue le peregrinazioni di William Lee da una parte all’altra dell’America: da New York a New Orleans, poi in Texas, per approdare infine a Città del Messico, una di quelle città dove nessuno bada ai tuoi comportamenti devianti.
In Messico Burroughs aveva trovato un vero e proprio paradiso della droga, e anche la sua “Beatrice”, la sua guida verso la visione estatica finale. Nello studio del suo avvocato, Bernabé Jurado, aveva incontrato uno dei più famigerati tossici di Città del Messico, David Tesorero (Bill era convinto si chiamasse Tercerero). I due tossici si erano riconosciuti e capiti al volo: avevano entrambi lo sguardo minerale, da rettile, tipico dei tossici all’ultimo stadio, e avevano fatto subito amicizia. Bill era rimasto letteralmente ammirato dall’abilità che aveva dimostrato Dave – che all’epoca dell’incontro con Burroughs aveva confessato di essere un drogato da 28 anni – di trovare sempre la vena giusta per “farsi” di morfina e di eroina: “Dave era molto bravo a trovare la vena con l’ago, sarebbe stato capace di trovarla anche in una mummia”.
Nel romanzo Junky, Dave Tesorero diventerà il “vecchio Ike”, e dopo aver fatto il giro di tutte le farmacie e i dottori di Città del Messico con William Lee, finalmente riesce a trovare un medico che dia loro una prescrizione di 12 grammi di morfina al mese: la chiave per entrare nel paradiso dei tossici. Per ringraziare la loro buona sorte, i due si recano al consueto pellegrinaggio annuale al santuario della protettrice dei ladri e dei drogati: Nuestra Señora di Chalma, nella piccola città omonima, a un centinaio di chilometri da Città del Messico. Per l’occasione Ike si porta dietro venti sacchetti di morfina da vendere. E il cerchio si chiude: il pellegrinaggio al santuario della Santa Protettrice dei drogati si trasforma in un ricco business per gli spacciatori e per i drogati stessi. A Westminster, il cadavere di Geoffrey Chaucer si sarà rivoltato nella tomba.
Il romanzo si conclude con la scoperta di una nuova droga allucinogena, lo Yage, che spinge il William Lee a intraprendere un viaggio in Colombia alla ricerca dell’Ayahuasca, una leggendaria liana amazzonica (Banisteriopsis caapi) che associata ad un’altra pianta, la Psychotria viridis, forma il leggendario infuso utilizzato dagli indios dell’Amazzonia da tempo immemorabile, in grado di provocare forti allucinazioni e una sorta di comunicazione “telepatica” tra coloro che la assumono. Burroughs aveva letto su un tabloid che il KGB stava sperimentando questa nuova droga per indurre uno stato di obbedienza automatica quelli cui veniva somministrata. Da questa esperienza “antropologica” nascono le celebri Yage Letters, 1963 (Lettere dello Yage, pubblicate per la prima volta in Italia nel 1967), uno scambio epistolare con Allen Ginsberg da cui emerge l’impossibile quest dello “sballo definitivo”.
Sbaglia chi pensa che i drogati siano tutti uguali: lo insegnano le opere di Burroughs, Junky in primis. Da questi scritti emerge in modo chiarissimo lo snobismo tipico degli eroinomani nei confronti degli altri tossici, i “drogati del weekend”, semplici impiegati che si “calano un acido” il venerdì sera per “provare un’esperienza nuova”, oppure i raiders di Wall Street che sniffano coca per sfuggire allo stress dovuto al superlavoro svolto a ritmi disumani durante tutto l’arco della settimana. Niente di tutto questo tra i tossici di Burroughs, quelli veri. Non si sviluppa una dipendenza così, dall’oggi al domani, soltanto per il gusto di provare. Gli eroinomani guardano gli altri drogati dall’alto in basso proprio perché la loro è una vera e propria scelta di vita, come scrive Burroughs, “a way of life” – uno stile di vita, una subcultura. L’eroina è la cosa vera, “the real thing”, non quelle pasticche colorate con le faccine che si calano quattro ragazzetti nel weekend per fare i fighetti in discoteca o per rimorchiare più facilmente qualche ragazza di buona famiglia. Niente di tutto questo tra i tossici di Burroughs, che irrompono, grazie a Junky, sulla scena letteraria: Irish, George the Greek, Pantopon Rose, Lola la Chata, Louie the Bellhop, Eric the Fag, the Beagle, Lonny the Pimp, the Sailor and Joe the Mex. Si tratta di persone che vivono in funzione della droga, che “sentono” la droga a livello cellulare, che rubano, si prostituiscono, inducono alla prostituzione, falsificano e spacciano, in preda ad una forte componente autodistruttiva. E il cerchio si chiude. “Avete visto Pantopon Rose?”
La “circolarità della droga” è un concetto che Burroughs ha espresso in quasi tutti i suoi romanzi, cioè l’interesse concreto del Potere di diffondere sostanze psicotrope che rendano estremamente facile esercitare il Controllo. In quasi tutti i romanzi di Burroughs, i poliziotti e gli agenti della Narcotici sono coinvolti nel traffico di droga, ricattano e sfruttano i piccoli spacciatori per arricchirsi. Ma soprattutto questi romanzi fanno intravedere il lato oscuro della nostra società, quello nascosto, o meglio quello che ci rifiutiamo di vedere.
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Le vicende editoriali delle opere di William Burroughs in Italia riflettono la progressiva accettazione delle sue innovazioni, del suo sperimentalismo intransigente in campo letterario e del suo progressivo assurgere allo status di Grande Vecchio della Controcultura: in questi ultimi anni viene pubblicato da collane prestigiose delle più importanti case editrici italiane, ma il primo approdo in Italia di Burroughs fu ben diverso. Agli inizi degli anni Sessanta, lo pubblicava la SugarCo (casa editrice vicina al Partito Socialista, specializzata in autori “scandalosi” come George Bataille, Wilhelm Reich, Charles Bukowsky, Henry Miller e il Marchese de Sade), che fece uscire le sue opere più importanti: Pasto Nudo, La Morbida Macchina e Nova Express. Allora la lettura delle opere di Burroughs era una specie di pratica esoterica, per pochi iniziati (e le traduzioni non sempre impeccabili, anche se appassionate). Alla fine degli anni Sessanta arrivano anche Le Lettere dello yage, 1967, cui segue nel 1977 una ristampa che riproduce in copertina una tela di Francis Bacon, 3 Studies for the Human Body (successivamente ripubblicata come Viaggio nel grande verde. Le lettere dello yage, nel 1991).
Nel corso degli anni Settanta e Ottanta, SugarCo prosegue la pubblicazione degli scritti di Burroughs: Sterminatore!, Le ultime parole di Dutch Schultz, Ragazzi selvaggi, È arrivato Ah Pook, Porto dei santi, La scrittura creativa, 1981, Diverso (edizione completa nel 1996); Interzona, e l’importantissima biografia di Ted Morgan, Fuorilegge della letteratura (e siamo già nel 1991).
Negli anni Ottanta anche le case editrici mainstream si accorgono dell’importanza di Burroughs. Rizzoli pubblica varie edizioni di La scimmia sulla schiena: nel 1962, 1980, 1984 e 1998; a seguire arriva anche Einaudi, che fa uscire alcuni scritti fondamentali nel volume collettaneo Battuti e Beati (1996) e nell’antologia di racconti “nel segno di Lovecraft” Saggezza Stellare, del 1997.
Negli anni Novanta, dopo che Burroughs è stato addirittura ammesso all’interno della prestigiosa American Academy of Arts and Letters, si compie la consacrazione definitiva del nostro anche in Italia, con l’inizio della pubblicazione integrale (ancora non completata), della sua opera omnia da parte di Adelphi: Il gatto in noi, 1994; La febbre del ragno rosso, 1996; Checca, 1998; La macchina morbida, 2003; Pasto nudo, 2001, 2006; Nova Express, 2008; Il biglietto che esplose, 2009; Le Lettere dello yage, 2010; E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche, 2011; Queer, 2013; Il mio passato è un fiume malvagio. Lettere 1946-73, 2022; Junky (edizione del cinquantenario, a cura di Oliver Harris), 2023; I ragazzi selvaggi, 2024: La calcolatrice meccanica, 2024; e il recentissimo La mia Educazione. Un Libro di sogni, 2026.
Non sono mancate in questi ultimi anni altre iniziative editoriali dedicate a Burroughs, assolutamente degne di interesse, come la pubblicazione da parte di Arcana di Le città della notte rossa (1997), le edizioni Elliot di Le città della notte rossa (2010), Strade morte (2008) e Terre occidentali (2009), e la pubblicazione di tre volumi fondamentali su Burroughs da parte de Il Saggiatore: Io sono Burroughs, nuova biografia di William Burroughs, a cura di Barry Miles (2016), William Burroughs. Interviste, a cura di Sylvère Lotringer (2018) e William Burroughs e Allen Ginsberg. Non nascondermi la tua pazzia. Conversazioni (2020), la trascrizione delle audiocassette con le lezioni del duo Ginsberg-Burroughs al Naropa Institute di Denver. Nel 2022 Ghibli ha ristampato Fuorilegge della Letteratura.
Tra gli innumerevoli scrittori e musicisti influenzati dalle opere di Burroughs ne citeremo soltanto due: James G. Ballard e Lou Reed. Non è possibile immaginare la fantascienza di James Ballard, con la sua esplorazione dello “spazio interiore”, senza la rivoluzione letteraria introdotta da Burroughs a partire da Junky e poi in tutte le sue opere di fantascienza. Né è possibile immaginare i testi delle canzoni di Lou Reed, comprese alcune tra le più celebri mai scritte sulla droga, come “Sister Ray”, “White Light”, “Heroin”, e “I’m Waiting for My Man”, se il Vecchio Bill non avesse aperto la strada. Come è stato scritto di Pier Paolo Pasolini a proposito delle periferie romane, anche nel caso di Burroughs il mondo dei tossici e dei queer bar esisteva già, ma non è diventato “reale” fino a quando non ha trovato il suo cantore, il “Fuorilegge” Burroughs. Per dirla con le sue parole: “Io non sono un tossicomane. Io sono il tossicomane.”


