7 Luglio, 2020

James Graham Ballard. Rapporti da un oscuro pianeta

“I quartieri residenziali sognano la violenza. Addormentati nelle loro sonnacchiose villette, protetti dai benevoli centri commerciali, aspettano pazienti l’arrivo di incubi che li facciano risvegliare in un mondo più carico di passione”
(J.G. Ballard – Regno a venire)

A tre anni dalla scomparsa di James Graham Ballard (1930-2009), risale la più importante biografia a lui dedicata, The Inner Man: The Life of J.G. Ballard (2011), scritta da John Baxter. Un biografo imbarazzante che non manca occasione per dimostrare di avercela a morte con l’oggetto della sua ricerca e non risparmia all’autore di Crash, L’impero del sole, o Regno a venire, giudizi perfidi e illazioni assai poco cavalleresche sulla sua vita e la sua opera. Ballard viene ritratto come un uomo psichicamente disturbato: anaffettivo con moglie, amanti e figli; alcolizzato; ossessionato dal sesso e dalla violenza; opportunista e ipocrita; responsabile (per incuria e leggerezza) della morte improvvisa della moglie durante una vacanza in Spagna. Per rincarare la dose, come scrittore viene considerato più che altro versato nell’arte dell’autopromozione e della vuota propaganda per sé stesso: un autore superficiale e incolto che guardava la TV più che leggere libri e che non è mai riuscito a finire Moby Dick (l’amabile Baxter lo definisce generosamente soprattutto un pubblicitario: un copyrighter, più che un vero narratore). Proprio come l’inetto e invidioso Rufus Griswold aveva vendicato il suo complesso di inferiorità nei riguardi del genio Edgar Allan Poe diffamandolo quando questi non poteva più difendersi e arrivando a scrivere, il giorno dopo la sua morte a Baltimora: “Edgar Poe è morto e nessuno lo rimpiangerà”, così Baxter ha sfogato le proprie frustrazioni imbrattando di fango la lapide dello scrittore di Shepperton. Entrambi, sia Ballard sia Baxter, avevano iniziato la loro carriera collaborando alla rivista britannica – alfiera dell’avanguardia e della new wave fantascientifica – alla fine degli anni Cinquanta: poi Ballard sarebbe diventato Ballard, mentre Baxter invece…

Questa premessa sulle disavventure postume del Bardo di Shepperton, introduce significativamente la figura scomoda, di un autore provocatorio e urticante che aveva proclamato: “Fiction is a branch of Neurology” e da sempre aveva seguito con coerenza questa linea politicamente scorretta, contraria a ogni perbenismo o conformismo e a ogni visione consolatoria e rassicurante dell’uomo, del futuro, dell’Inner Space.

Già all’esordio della sua carriera Ballard era andato del tutto controcorrente rispetto alle forme dell’immaginario fantascientifico a lui contemporaneo, dettando, nell’epoca dell’astronautica e della new frontier cosmica, ben diverse linee guida. Nel suo celeberrimo intervento su del 1962, e intitolato “Which Is the Way to Inner Space”, aveva scritto: “I maggiori sviluppi dell’immediato futuro avranno luogo non sulla Luna o su Marte, ma sulla Terra, ed è lo spazio interno, non quello esterno, che va esplorato. L’unico pianeta veramente alieno è la Terra” (“Qual è la strada per lo spazio interiore”, in J. G. Ballard, ReSearch 2, Shake Edizioni, 1994)

Così aveva costruito in un’eccezionale ciclo di racconti, fra il 1956 e il 1962, il mondo imaginale di Vermilion Sands, non-luogo geometrico dell’immaginario occidentale, centro balneare decadente ed eldorado psichedelico del desiderio in cui dive del cinema, avventurieri e artisti vivono i loro amori e le loro rivalità su uno scenario allucinatorio e visionario che intreccia riferimenti colti e pop, narrativa pulp e suggestione figurativa simbolista e surrealista. Così si era poi proiettato nella tradizione tipicamente britannica della fantascienza catastrofica ipotizzando nei suoi primi romanzi quattro possibili apocalissi mondiali generate dai quattro elementi: l’aria (Vento dal nulla, 1961); l’acqua (Deserto d’acqua o Mondo sommerso, 1962); il fuoco (Terra bruciata, 1964); la terra (Foresta di cristallo, 1966). In ognuno di questi scenari di fine del mondo però, è sempre la dimensione psichica a emergere sugli eventi esteriori, sia la metafora della regressione cerebrale al cervello rettile del Giurassico dei sopravvissuti alla grande inondazione, de Il mondo sommerso, sia quella della cristallizzazione progressiva della terra, omologa alla lebbra o al cancro, che dal cuore delle foreste africane si propaga lenta e inarrestabile, di Foresta di cristallo.

Lo stile di Ballard, freddo e impassibile, attinge alla prosa scientifica, alle relazioni tecniche o cliniche, ai referti autoptici, ai resoconti psichiatrici e contemporaneamente evoca le atmosfere della grande tradizione del Decadentismo, del Simbolismo, del Surrealismo, proiettata sull’immaginario pop degli scenari d’abbandono di un’archeologia industriale del presente. I suoi incipit catalettici sono proverbiali: “A Columbine Sept Heures c’era sempre il tramonto. Qui la bella vicina di Halliday, Gabrielle Szabo, camminava nella sera, sollevando nuvolette di sabbia rossa con il suo vestito di seta. Dal balcone dell’hotel deserto vicino alla colonia degli artisti, Halliday guardava oltre il fiume prosciugato le ombre immobili sul deserto, il crepuscolo africano, infinito e ininterrotto, che lo adescava con la promessa dei suoi sogni perduti” (“Il giorno senza fine”, 1966); “Cape Kennedy è ormai senza vita e le sue piattaforme si innalzano dalle dune deserte. La sabbia è penetrata attraversando il fiume Banana e ha riempito gli affluenti, trasformando il vecchio complesso spaziale in una distesa desolata di paludi e di cemento in rovina. D’estate, i cacciatori si preparavano un riparo nelle auto abbandonate dal personale, ma all’inizio di novembre, quando arrivammo Judith e io, l’intera area era stata abbandonata. Al di là di Cocoa Beach, dove fermai la macchina, i motel cadenti erano seminascosti nell’erba alta. Le torri di lancio si ergevano nell’aria della sera come cifre arrugginite di una sorta di algebra celeste” (“L’astronauta morto”, 1968). “Di notte, mentre dormiva sul pavimento del bunker in rovina, Traven sentiva le onde frangersi sulle rive della laguna, come il rumore di giganteschi aeroplani che scaldavano i motori all’imbocco delle rispettive piste. Questi ricordi delle grandi incursioni notturne in territorio giapponese avevano colmato i suoi primi mesi sull’isola di immagini di bombardieri in fiamme che gli precipitavano addosso” (“La spiaggia terminale”, 1964). “Per tutto il giorno quello strano pilota era volato con il suo vecchio aeroplano sopra il centro spaziale abbandonato, una macchina impazzita sperduta nel silenzio della Florida. Il ronzio del motore del vecchio biplano Curtiss svegliò il dottor Mallory subito dopo l’alba, mentre dormiva esausto accanto alla moglie al quinto piano dell’albergo deserto di Titusville. I sogni dell’era spaziale avevano riempito la notte, ricordi di piste bianche calme come ghiacciai, ora disturbate da quell’eccentrico aeroplano che girava intorno all’albergo come il frammento di una mente disturbata” (“Ricordi dell’era spaziale”, 1982). Scelgo a caso fra i titoli più conosciuti, nel catalogo più caratteristico di visioni rarefatte: tramonti su paesaggi desertici, edifici abbandonati, hotel in disuso, piscine svuotate, velivoli d’epoca, residuati bellici, rampe di lancio in rovina, dove spesso vagano enigmatiche figure femminili, esangui femme fatale uscite da un quadro di Gustave Moreau o di Paul Delvaux; consigliamo vivamente il lettore di procurarsi i tre volumi di tutti i racconti 1956-1992 recentemente ripubblicati da Feltrinelli nell’ormai classica traduzione di Roldano Romanelli e Luca Briasco sotto la curatela di .

Con La mostra delle atrocità nel 1970, dopo la lettura ispirativa di William S. Burroughs (che scriverà una prefazione al libro), la vena sperimentale ballardiana giunge al suo culmine: ogni istanza narrativa si frammenta e si rifrange nella proiezione fantasmatica di un teatro della crudeltà psicopatologico in cui le icone mediatiche del tempo attraversano spettralmente titoli come “Tu: Coma : Marilyn Monroe”, “Piano per l’assassinio di Jaqueline Kennedy”, “Ecco perché voglio fottere Ronald Reagan”, “L’assassinio di John Fitzgerald Kennedy considerato come una gara automobilistica in discesa”, “La plastica mammaria riduttiva di Mae West”, “La rinoplastica della regina Elisabetta”, ecc.

Il passo successivo sarà il romanzo Crash del 1973, l’opera forse più estrema dello scrittore che l’ha definito “il primo romanzo pornografico basato sulla tecnologia”. Non sarebbe infatti inappropriato chiamarlo una sorta di 120 giornate di Sodoma dell’età di Andy Warhol. La trama di Crash è meno importante della fenomenologia del morboso scatenata dalle interrelazioni ossessive fra i personaggi e l’ambiente: in questo l’autore paga di nuovo il debito a Burroughs e in particolare al suo romanzo cult Il pasto nudo. Il protagonista, un certo James Ballard, viene coinvolto in un’incidente automobilistico in cui uccide un uomo e ne ferisce la moglie con la quale intreccerà nelle settimane seguenti una relazione erotica; contemporaneamente la moglie di Ballard, Catherine, si lascerà sedurre dallo psicopatico Robert Vaughan, che porta sul corpo i segni degli impatti subiti in auto rincorrendo l’iconologia deviante delle star perite in scontri automobilistici. Si crea una complessa rete di relazioni etero e omosessuali fra loro che ha alla base il culto del sesso e della morte dato dall’automobile e dell’incidente stradale visto come l’amplesso supremo in cui il corpo viene modificato dalla tecnologia e aperto a nuove e infinite possibilità erotiche. Vaughan morirà nel tentativo di realizzare i suoi sogni perversi, lanciandosi da un cavalcavia con la sua Lincoln (lo stesso modello di macchina su cui viaggiava John Kennedy al momento dell’attentato) contro l’auto della diva Elizabeth Taylor, che però resterà illesa. Il libro risulta profondamente sgradevole e geniale.

Negli anni Settanta Ballard cercherà, non sempre con l’efficacia dei lavori precedenti, di equilibrare le esigenze sperimentali con quelle speculative e sociologiche ereditate da una science fiction sempre più lontana. Il risultato più compiuto sarà Il condominio del 1975, estrapolazione – naturalmente catastrofica – della convivenza regolata sulla rigida stratificazione sociale classista tipicamente britannica, all’interno dei condomini-alveari che vedeva nascere in quegli anni nella Londra suburbana. L’anno precedente aveva pubblicato L’isola di cemento, altra situazione limite di naufragio urbano scandita sui paesaggi autostradali dei sobborghi londinesi. Nel 1979 uscirà invece Sogno S.p.a., decisamente il meno riuscito dei tre. Lo stile resta quello ipnotico e immaginifico di sempre e la trama contiene tutte le ossessioni tipiche del grande affabulatore britannico (gli aerei e il volo, le inquietanti presenze animali – in particolare uccelli, pesci, rettili -, le perversioni sessuali, la sonnolenta periferia londinese assurta a metafora del cosmo, il paesaggio suburbano fatto di svincoli autostradali, centri commerciali e villette residenziali) ma l’eccessiva componente metaforica conduce il testo verso territori lontani dall’abituale, gelida impassibilità di un autore tendenzialmente “cattivo” e pessimista e apre a inusitati riferimenti “zavattiniani” (alludo a una scena di levitazione collettiva che ricorda Miracolo a Milano di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini) e a una insolita dose di sentimentalismo. Se i riferimenti visuali ballardiani sono sempre stati molto avvertibili nelle sue opere varando dal Simbolismo, al Surrealismo, alla Pop art, in questo caso diventano addirittura predominanti nell’accavallarsi lisergico di immagini che rimandano soprattutto ad Arcimboldi (intrichi di uccelli, pesci, piante a comporre un volto umano…) e al Manierismo: e infatti tutto il romanzo risulta faticosamente manierista e manierato. Decisamente un’opera minore.

Gli anni Ottanta conducono Ballard ad approdare a sponde mainstream ormai remote sia dall’avanguardia che dalla fantascienza: si comincia nel 1981 con Ultime notizie dall’America, sorta di congedo in chiave swiftiana dalla science fiction, in cui una nuova spedizione europea parte per riscoprire l’America abbandonata da più di un secolo, dopo una grave crisi energetica e vari disastri climatici, dai suoi abitanti rifugiatisi in Europa. Wayne è un clandestino imbarcato sull’Apollo, la nave che ha l’obiettivo di raggiungere il continente in cerca di fortuna e gloria: ma gli esploratori troveranno solo sabbia e desolazione. Il giovane Wayne però farà carriera fra di loro, e, avverando il sogno americano, si ritroverà ad essere vice-presidente di una nazione allo sbando, governata dall’ex-internato di un istituto psichiatrico: un certo Manson, che controlla i comandi delle vecchie testate nucleari ancora in funzione. Le immagini olografiche degli ex-presidenti statunitensi proiettate nel cielo per chilometri, sono l’emblema di una minacciosa distopia che rinnova se stessa. Con Il giorno della creazione (1987) e Il paradiso del diavolo  (1994) Ballard tocca forse il punto meno originale della sua produzione, sono infatti questi i suoi romanzi più raramente ricordati e molto debbono entrambi a Il signore delle mosche di William Golding, nel tratteggiare il conflitto vero o presunto fra civiltà e barbarie, fra mondo naturale e mondo antropizzato: l’Africa Centrale per un inviato della World Health Organization, il dott. Mallory, che vuole riportare l’acqua nella regione e trasformare il Sahara in un giardino, e la remota isola di St. Esprit nel Pacifico, che gli ambientalisti capitanati dalla dottoressa Barbara, tentano di salvare dagli esperimenti nucleari del governo francese. Ovviamente entrambe le crociate termineranno nel delirio e nel caos, e i pretesi paladini si riveleranno soprattutto degli invasati. Più interessante il romanzo breve Un gioco da bambini del 1988. Questa volta i rampolli della ricca borghesia londinese, esiliati in un’esclusiva enclave che li ripara dal mondo assicurando loro una vita confortevole fatta di sport, studi in scuole d’élite, genitori affettuosi e sempre disponibili, tempo in quantità per coltivare ogni possibile hobby, si vendicano della monotonia opprimente del loro mondo perfetto facendo strage dei genitori. Il racconto, che è poi la relazione dell’indagine condotta dallo psicologo che si occupa degli aspetti clinici del caso, è ristretto all’osso e ricorda paurosamente il referto di un’autopsia: il cadavere è quello della nostra società.

Sempre negli anni Ottanta Ballard scriverà il suo romanzo di maggior successo, L’Impero del sole (1984), prima parte di un dittico liberamente autobiografico concluso nel 1991 con La gentilezza delle donne. Per le sue forti componenti autobiografiche, L’Impero del sole è forse il testo più doloroso dello scrittore britannico, vi si raccontano le tragiche esperienze infantili di Jim, alter ego dell’autore, durante l’internamento nel campo di prigionia giapponese di Lunghua, nei pressi di Shangai, separato dai genitori e costretto a sopravvivere da solo in un mondo di adulti, confrontandosi con l’esperienza della morte, della guerra, della fame, e con la prospettiva incombente dell’ecatombe nucleare: la fondamentale estraneità di Ballard a ogni political correctness consolatoria emerge in tutta la sua forza nella manifesta ammirazione del piccolo Jim per i piloti kamikaze giapponesi, nell’indifferenza verso i compagni di prigionia britannici, nella curiosità entomologica verso gli statunitensi, nell’estasi letargica di fronte all’onirico lampo bianco della bomba su Hiroshima, nel ripudio dell’happy ending, quando, finalmente ricongiunto con i genitori, salperà alla volta dell’Inghilterra. L’explicit del romanzo sarà glaciale: “Imboccando la passerella, si rese conto di star lasciando Shangai probabilmente per l’ultima volta – e per quel piccolo, strano paese dall’altra parte del mondo, che non aveva mai visitato e che pur era, nominalmente, la sua “patria”. Shangai, però, solo una parte di lui l’avrebbe lasciata: il resto sarebbe rimasto per sempre, portato dalla marea come le bare affidate al fiume dai moli funerari di Nantao. Sotto la prua dell’Arrawa, una bara di bimbo mosse incontro alla corrente notturna. Risucchiati dalla scia di una motozattera di marinai americani dell’incrociatore, i fiori di carta le s’incoronarono intorno in un’incerta ghirlanda: ed essa cominciò il lungo viaggio verso l’estuario dello Yangtze, di dove la marea montante l’avrebbe ricacciata fra i moli e le piane di fango, respingendola ogni volta ai lidi della città terribile”. Impresentabile per il pubblico statunitense quando nel 1987 il fortunato romanzo verrà trasposto per lo schermo, l’osservazione impassibile e distaccata di Ballard sarà caramellata dal disneyano Steven Spielberg per ricacciarla a forza nei ranghi del buonismo hollywoodiano. Il film però piacque allo scrittore che tornò per la prima volta a Shangai con la troupe e si prestò per un ruolo di comparsa. Il destino cinematografico di James Ballard resterà lo stesso anche in seguito: scopertamente travisato, sempre tradito e depotenziato dai suoi registi, l’effetto altamente deflagrante delle sue opere si ridurrà sullo schermo al più o meno vivido bagliore di un fuoco artificiale. Così farà David Cronenberg nel 1996 con la sua versione di Crash, che mantiene sostanzialmente intatte quasi tutte le scene principali del libro limitandosi a sostituire un soft-core da rivista erotica patinata alla compassata brutalità pornografica del testo ballardiano, scegliendo poi di eliminare gran parte dei riferimenti all’iconologia dello star system (forse ritenuta troppo legata ad un immaginario ormai datato). Così sarà per The Atrocity Exhibition di Jonathan Weiss (2000) e ancor di più per High-Rise – La rivolta diretto da Ben Wheatley nel 2015. La storia di Jim prosegue ne La gentilezza delle donne, dove il giovane si sente estraneo e sradicato nella triste Inghilterra del dopoguerra, potenza in teoria vincitrice ma di fatto sfiancata e impoverita, prostrata dai bombardamenti e dalla perdita dell’Impero. Studia medicina frequentando i corsi di anatomia e dissezionando un cadavere femminile al quale si affeziona; abbandona l’università ed entra nell’aviazione militare pilotando aviojets in Canada ma non rinnova il fermo; scopre la fantascienza e diventa scrittore; perde tragicamente la giovane moglie durante una vacanza sulla costa spagnola e resta solo con tre figli piccoli; prova l’LSD in un parco giochi di un sobborgo londinese, e così via: passo dopo passo tutta la vera vita di Ballard si fa romanzo, scandita dagli incontri erotici e dagli amori, brevi o duraturi, passionali o teneri, mercenari o disinteressati: la costante dell’esperienza di Jim/James G. B. è la cognizione della “gentilezza delle donne”.

L’ultima tetralogia ballardiana comprende Cocaine Nights (1996), Super-Cannes (2000), Millennium People (2003), e Regno a venire (2006). Il modello iniziale, continuamente riscritto, ripropone l’ennesima escursione di Ballard negli inferni quotidiani: in Cocaine Nights si individua nelle topografie rassicuranti dei residence di vacanze esclusivi della Costa del Sol il luogo geometrico della paranoia contemporanea. Un tennista-messia propaga tra i villaggi turistici della costa il nuovo verbo dell’avvenire: se la politica e la religione hanno fallito, sarà il crimine a costituire la ragione aggregante, il motivo socializzante, il fulcro del progresso e la giustificazione della vita umana. Si delinea un’ossessione sadiana: una strage immotivata e incomprensibile, un parente (in questo caso non della vittima ma del reo confesso) che indaga sulle ragioni del misfatto, una comunità apparentemente perfetta e irreprensibile sotto la quale cova una follia inconfessabile.

Per decenni Ballard riscriverà ossessivamente lo stesso romanzo, ma ogni volta impiantando sulla medesima struttura nuovi ambienti, personaggi e situazioni: i dettagli psicologici sono sempre più raccapriccianti, l’analisi sociale sempre più spietata. Con l’ultimo volume, Regno a venire, si raggiunge forse l’apice del lungo percorso iniziato già con Il condominio e il cui momento più felice, fino ad allora, era forse stato Super-Cannes. Il fascismo dell’epoca della globalizzazione è il consumismo: il suo tempio, il centro commerciale suburbano; le sue squadre d’azione, le tifoserie dei club sportivi di periferia. Ancora un delitto immotivato e il solito personaggio, parente della vittima, che cerca la verità sotto le apparenze: finirà per smascherare l’ipocrisia del “mondo libero”. Il sovranismo, come lo chiamano oggi, Ballard lo aveva già definito nel 2006, i presupposti della Brexit già individuati.

Poi Ballard si ammala. Sente la fine vicina. Ripercorre, stavolta in modo esplicito, la sua esperienza passata con I Miracoli della vita (tradotto dall’ottimo , scomparso purtroppo anche lui poco dopo). Qui l’autore sembra voler chiarire, al di là delle maschere e degli artifici letterari, tutti i nodi tragici della sua vita: l’infanzia nella Shangai coloniale degli anni Trenta, l’internamento nel campo di concentramento giapponese a Lunghua, il ritorno nell’Inghilterra depressa del dopoguerra dove si sente estraneo e sradicato, la morte improvvisa e atroce della moglie. Vi si svelano le radici ultime delle sue ossessioni ma anche gli aspetti sorprendentemente dolci e positivi della sua personalità: l’affetto profondissimo per i tre figli che ha cresciuti da solo, la fede nella funzione catartica della letteratura, il valore che attribuisce all’amicizia. La postilla finale svela il triste retroscena. Ha scritto il libro nelle pause di tregua dal male terminale che gli si è manifestato nel 2006: non ha speranze e questa sarà probabilmente la sua ultima opera. Riuscirà a terminarla e inizierà anche Conversations with My Physician: The Meaning, if Any, of Life, ma la Parca se lo porterà via alle prime pagine. Oggi, a dieci anni dalla sua morte, i termini ballardiano, ballardismo sono ormai entrati nell’uso comune della lingua inglese.

Per la bibliografia italiana si rimanda alla scheda di J.G. Ballard su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/J._G._Ballard

filmografia

Steven Spielberg, L’impero del sole (Empire of the sun) 1987
David Cronenberg, Crash, 1996
Jonathan Weiss, The Atrocity Exhibition, 2000
Ben Wheatley, High-Rise, La rivolta (High-Rise), 2015
Brad Anderson, Concrete Island (il film è annunciato ma al momento introvabile)

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